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27/11/2013

Mudança e altri viaggi

Eccomi qua, dopo seimila Km percorsi in aereo, piedi, autobus, treno, auto tra cinque città (Lisbona, Bologna, Orte, Viterbo, Roma) e tanti amici, vecchi e nuovi.
Un viaggio di lavoro in quel di Bologna si trasforma in un'occasione per riabbracciare tante persone che sono parte importante della mia vita.
Vi ringrazio tutti, amici miei, uno per uno.
Ringrazio chi è venuto da lontano anche solo per vedermi poche ore, chi mi ha ospitato felice nella sua casa nel solito quartiere bolognese e mi ha portato a fare colazione al solito bar; chi m'è venuto a prendere dopo il lavoro per farmi conoscere il suo gioiello di un anno e mezzo (col quale siamo diventati subito amici!), chi mi ha reso partecipe delle sue difficoltà e delle sue gioie davanti all'ennesimo ginseng, chi è stato troppo breve ci rifaremo, chi ho abbracciato in carne ed ossa dopo un anno intenso di web; chi mi è venuto a prendere all'ennesima stazione con un vento gelido, chi mi ha fatto una sorpresa (mia madre), chi è sempre mia sorella soprattutto quando ci battibecchiamo.

Un brindisi per mrT, il grande assente

Ritorno a Lisbona la sera tardi, e il giorno dopo trasloco quintali di roba a casa nuova. Una faticaccia per il corpo, ma almeno col cuore pieno.
La prima cena consiste in una piadina con stracchino (ne ho scoperto uno buonissimo ultracremoso che fanno a Sorano) e culatello su un tavolo di fortuna infilato tra le macerie. Un po' di gratifica anche per il corpo.




Stamattina stremata mi sveglio così. L'alba entra prorompente dalle finestre della cucina.
"Mudança". Dal verbo "mudar", che significa anche cambiare.
Rende molto piú di "trasloco", che rimanda a qualcosa di puramente fisico.


Un'altra lunga giornata mi aspetta, eppure questa luce mi dà una forza nuova.








01/09/2013

Il sapore di un abbraccio. Abraça alguém, sabe bem.

Mi giro un attimo ed Agosto non c'è più. 
Se n'è andato portando via con sé pomeriggi al mare, giornate dense d'impegni, strade vuote dei circuiti non turistici della città che amo pensare soltanto mie e di pochi altri, mentre mi perdo nei profumi del gelsomino rosso, fiorito come un miracolo nel giardino di una villa abbandonata.

 


Nel sole che brucia la pelle di un pomeriggio lento, scopro vecchie fabbriche di vino in palazzi di art nouveau volute da quell'Abel Pereira da Fonseca che in punto di morte disse saggiamente agli eredi "finché il Tago avrà acqua, a Lisbona non dovrà smettere di scorrere vino".
Dove ora si possono incontrare bettole d'altri tempi con avventori che sembrano usciti da un cinema anni '60.
Entro attirata dall'ombra e dalla penombra per chiedere un toast, ormai fanno toast ovunque in città, mi spiace, qui non abbiamo toast, solo pezzi di carne arrostita. E tanta birra.



Poi, mentre il sole mi acceca riflesso sui palazzi bianchi e gialli che non smettono di rincorrermi, mi assale il sapore di un abbraccio.
Ne avevo dato un altro soltanto poco prima, nel salutare due amici all'aeroporto.

E ritorno a Cabo Espichel, presso quelle rocce estreme dove l'oceano s'infrange impietoso erodendo l'anima con la sua salsedine, un posto carico di storia e di leggende, dove sembra di essere altrove sulla Terra; dove ci si affaccia sull'acqua attraversando una piazza deserta, andando incontro a qualcosa carichi di aspettative, ma senza sapere che spettacolo si stia per aprire davanti.

Poi te la trovi davanti e dentro, e ovunque.

La bellezza di un abbraccio.

Di quelli che ho dato e che darò sempre, nell'ora ineluttabile del commiato.


Eremo di Nossa Senhora do Cabo
Il Faro. Photo courtesy of my friend Claudia
Abraça alguém, sabe bem.





27/06/2013

Scatti corsari- I

Inauguro oggi questa rubrica che dedico ad alcuni scatti catturati in giro per il mondo e a cui tengo in maniera particolare per qualche motivo. È da un po' che pensavo di postare soltanto qualche foto senza scrivere tanto. L'idea è di richiamare alla memoria momenti piacevoli, divertenti o in cui la bellezza mi ha in qualche modo toccata.
Raramente vado a spulciare nelle foto che ho fatto in passato, ma per l'occasione ho avuto modo di rovistare in epoche che a volte sembrano remote; eppure le foto -o almeno, certune- hanno il potere di ricatapultarmi nel preciso istante in cui si son fatte trovare.



Di Milano mi resta addosso l'aria umida di Novembre, quell'aria che si appiccica alle ossa e sembra volerti dire che non ti scorderai facilmente di quella città ammaliante e contraddittoria, plateale eppure intima, metropoli nello stile, quasi un villaggio nelle botteghe e nei caffè delle vie pedonali ricoperte di sanpietrini e di bici. 
I vicoli stretti e silenziosi in bianco e nero percorsi lontano dalle piazze affollate il Sabato, l'esplosione improvvisa di colore dei palazzi, il parco d'autunno esplorato insieme ad una piccola meraviglia di neanche tre mesi di vita.










Milano è un concerto, la prima volta di Arciuli alla Scala vista con un amico venuto a trovarci, è sentire quelle note riempire la sala e poi cadere a terra, dopo aver volteggiato nell'aria su fogli bianchi impazziti.








È uscire a camminare tra i profili del tram sotto una pioggia sottile, e sentire che a volte anche la nebbia sa scaldare incredibilmente.














16/06/2013

Un'amicizia italo-luso-nipponica

Sono state settimane pesanti, spero siano alle spalle.
Ieri un tocco di leggerezza è venuto come una boccata d'aria fresca dalla Festa del Giappone che si organizza in città ormai da qualche anno, proprio nel giardino giapponese non molto lontano da casa mia. Mi ha offerto parecchi spunti e smosso ricordi, perciò sarà un post lunghetto, ma è tanto che non scrivo, imploro pietà!

Quest'anno ricorre il 470º anniversario dell'amicizia tra Portogallo e Giappone. Sbirciando qua e là tra i vari banchetti della festa ho avuto modo di approfondire certe cose sulla storia dei rapporti tra i due Paesi.
Dopo la conquista di Goa e Malacca (in India e Malesia) nel 1510, il Portogallo premeva lungo le coste cinesi per stabilire basi commerciali ed insediamenti che consolidassero le presenze portoghesi nelle Indie orientali. Nel 1543 il Portogallo fu il primo Paese europeo a raggiungere il Giappone, pare per caso, in balia delle correnti, per poi ottenere nel giro di qualche decennio la base di Nagasaki. 
Nel frattempo, formalizzato anche l'insediamento a Macao avallato dalla dinastia Ming nel 1557, il commercio decollava, e floridi erano anche gli scambi culturali.
Apro una breve parentesi. Vorrei ricordare come ad esempio il té (in portoghese chá, che viene dall'assonante parola in mandarino) venne introdotto in Europa proprio dai portoghesi e raggiunse l'Inghilterra tramite la regina Catarina di Braganza che soleva intrattenere le cortigiane con la deliziosa ed esotica bevanda... onde evitare che spendessero quelle ore tutte col re Carlo II, noto dongiovanni.

I rapporti commerciali col Giappone risultarono stretegici: il commercio con la Cina, essenziale per la sopravvivenza dell'arcipelago, era praticamente azzerato dall'embargo decretato ai giapponesi dopo ripetuti episodi di pirateria. I portoghesi arrivarono al momento giusto per proporsi come intermediari commerciali tra Giappone, Cina e Corea, dando inizio al cosiddetto "periodo del commercio Nanban" che andò avanti fino al 1641, anno della promulgazione del sakoku, ossia della chiusura delle frontiere che decretò l'espulsione degli europei dall'arcipelago, soprattutto per cercare di proteggerlo dall'opera di evangelizzazione cominciata proprio dai portoghesi, vista come una minaccia alla stabilità dello shogunato.
Nanban vuol dire barbaro meridionale: per i giapponesi i visitatori dovevano apparire davvero poco sofisticati; del resto i resoconti di Fernão Pinto, lo scrittore e viaggiatore portoghese che narrava le sue imprese nelle Indie, parlavano del Giappone come di una nazione ricca di bellezze e risorse naturali, abitata da uomini e donne di bell'aspetto, dai costumi sobri ma eleganti.























Così ecco spiegato perché, curiosando tra i banchetti dedicati ai dolci (ovvio!), m'imbatto nel Kasutela che è proprio il pão de ló, una specie di pandispagna, che i giapponesi usano mangiare col té.
Scopro poi che diverse parole ancora in uso hanno origine lusa, come ad esempio tempura (tempero, condimento), botan (botão, bottone), kappa (capa, impermeabile), koppu (copo, bicchiere). Curiosando invece tra i banchetti dedicati ai manga il mio occhio cade su un libricino e non ho potuto resistere, da oggi è qui con noi, il fumetto numero 7 di Carletto il principe dei mostri (Kaibutsu-kun).























E mi son venuti in mente Hiroki e Serina, la coppia di Tokyo con cui abbiamo diviso alcuni mesi nella prima casa in quel di Siena. 
Lui era cantante lirico e si trovava in città per un corso all'Accademia musicale Chigiana, lei casalinga e approfittava della parentesi italiana per fare un corso di lingua.
Al loro arrivo ci riempirono di regalini: sottobicchieri di bambù, bacchette per mangiare, e poi durante il soggiorno ci regalarono il loro dvd de Il castello errante di Owl, bicchieri da vino, varie cartelline serigrafate con La grande onda di Hokusai.
Ricordo una serata passata insieme a vedere al pc un concerto di Hiroki che si cimentava con O' sole mio ed altre arie, tra l'altro con un'ottima pronuncia, frutto di grande applicazione; ricordo una volta che c'invitarono a cena e lei si struggeva dall'ansia perché temeva il nostro giudizio da italiani sulla cottura degli spaghetti (che per la cronaca, erano perfetti; meglio ancora il maiale cotto alla maniera giapponese che costituiva l'altro piatto). Il frigorifero era pieno di curiosi ed indecifrabili tubetti e bustine colorate, ed il té verde a tavola non mancava mai.
Conservo ancora tutto da qualche parte in Italia, nei miei scatoloni da nomade, insieme ai bigliettini in italiano che Serina e noi ci scambiavamo, sprezzanti della tecnologia del duemila, e che lasciavamo sul tavolo del soggiorno.
Quando se ne andarono gli regalammo un cesto di prodotti tipici delle nostre terre, -del genere soppressate e melanzane sott'olio- e Serina si trasformò di colpo in una fontana umana, emozionando tutti. 

Non ho mai visto una persona commuoversi così davanti ad un regalo.
Chissà se un giorno li rivedremo mai.


Lisbona, cala la sera



Dopo la festa, in cui ho dovuto rinunciare ad alcuni deliziosi dolcetti alla ciliegia perché c'era una fila di un'ora, siamo andati ad un arraial, una delle feste di quartiere che impazzano a Giugno (ne avevo parlato qui l'anno scorso).
Fila per la sardina anche lì, gettiamo la spugna e ci rechiamo in un altro quartiere dove abbiamo potuto mangiare le nostre sardine in santa pace.
Beh, non proprio. Nel giro di due minuti siamo stati letteralmente assaliti da alcuni bambini del quartiere che ci hanno venduto di tutto.
E così anche quest'anno abbiamo il nostro manjerico, dopo che il primo anno m'era miseramente seccato il giorno dopo per averlo toccato (la leggenda vuole che non si debbano toccarne le foglioline). 



Facciata adorna







Oggi il basilichino è ancora bello verde e arzillo, promette bene.







04/09/2012

Io e la parmigiana di melanzane

E' da diverso tempo, ossia dal giorno in cui vi raccontai la storia di una caponata, che penso anche a quest'altra, sempre legata ai bellissimi anni bolognesi, che, se ancora non si fosse capito, non me li scollerò di dosso mai.

Erano i primi anni di università, ed era estate. Il tempo in cui si usciva in gruppo con tutti, poi con gli anni sono rimasti solo gli amici veri, e molti si sono persi per strada. A Bologna era facile che succedesse: in una città così viva e studentesca c'era sempre qualcosa da fare, un posto dove andare, un gruppo di persone con cui uscire, la casa di qualcuno dove andare a studiare o a mangiare.
Ed io quell'estate avevo una casa bellissima con un terrazzo in pieno centro storico, quello coi portici colorati di rosso che ti abbracciano e riparano dalla pioggia e dal sole impietoso. 
Una sera decidemmo di organizzare una cena da me, ed io mi cimentai con la parmigiana di melanzane. Non so come mai scelsi proprio quel piatto, che tra l'altro non è affatto veloce da preparare, specie quando ti si presentano a casa in venti, e si soffre anche abbastanza a friggere e ad accendere il forno d'estate con mille gradi fuori. Non era neanche una ricetta della mia famiglia, per dire, fu proprio un'idea che mi balenò in testa, e non l'avevo mai fatta prima. Non sapevo nulla di teorico, fu puro istinto.

Quando la portai in tavola tutti restarono meravigliati: non se lo sarebbero mai aspettati, quei giovani studenti abituati alla pasta col tonno preso direttamente dalla scatola o alla tristissima pizza d'asporto effetto frisbee. 
Non scorderò mai cosa mi disse una ragazza leccese dopo averne assaggiato un pezzo: "Sa proprio di casa!". Mi fece un piacere immenso, perché in fondo, e forse fu quella volta che lo capii, per me questo vuol dire cucinare: riuscire a ricreare, ad inventare con un profumo o un sapore tutta una vita, una storia personale, come avviene al temibile critico gastronomico Anton Ego in Ratatouille.

E così la parmigiana divenne il mio cavallo di battaglia: dopo quella prima volta ne vennero altre cento, in tutte le case che cambiai negli anni dopo, ed era sempre un successo. C'erano a volte anche impavidi amici aiutanti che trascorrevano i pomeriggi a casa con me per impanare le fette di melanzana. E qualcuno particolarmente attento mi chiedeva anche una maglietta per non impuzzonirsi di fritto. Alla frittura comunque ci ho sempre pensato io, uscendo ben profumata da ore di dure sessioni.
Ma che bellezza quelle cene! Friggerei per altre mille volte ancora, se potessi!

Diversi anni e città dopo, la ricetta è sempre questa, anche se ora la cucino molto di rado.
Per una teglia media:
Due melanzane sode e tonde medie, diciamo sui 400 grammi in totale
Sugo al pomodoro corretto con un po' di zucchero
Due mozzarelle
Formaggio vaccino grattugiato 
Cipolla
Uova
Farina
Sale, olio, basilico

Tagliate le fette di melanzana a rondelle non molto spesse e passatele nell'uovo sbattuto e nella farina. Friggetele, salatele ed adagiatele su carta assorbente. Anatema? Beh, potete grigliarle, ma sappiate che non sarà la stessa cosa, no, no, no e no. E comunque aggiungo che se la frittura è fatta a modo non vi resterà sullo stomaco.
Preparate il sugo al pomodoro con la cipolla: io ne correggo sempre l'acidità con un po' di zucchero, cosa che specie all'estero fa la differenza, ma anche in Italia col pelato serio vi assicuro che lo zucchero fa magie.
Disponete le melanzane fritte in una teglia, alternandole a strati con la mozzarella, il sugo, il formaggio ed il basilico, fino ad esaurimento degli ingredienti. L'ultimo strato superficiale fatelo ben formaggioso così si formerà l'irrinunciabile goduriosa crosticina.
Infornate a forno alto (200°C) fino a quando vedrete che il liquido del sugo si sarà assorbito, e accendete il grill all'occorrenza per farla gratinare.
Servite tiepida. Non vi auguro la mia sorte: per fronteggiare le fameliche orde, mi toccava impiattarla bollente.
Meno male che ho le mani di amianto! Però la melanzana non teneva la forma, ed inoltre raffreddandosi diventa molto più saporita.
La leggenda infatti narra che sia molto migliore nei giorni seguenti, ma pochi eletti conoscono il segreto dell'effetto del tempo su tale piatto.









Scarpetta garantita e raccomandatissima.











19/08/2012

Minuetto delle cose che mi mancano

E così finisce un mese di emozioni intense. Prima la visita della famiglia da Taranto, poi quella dell'amica di sempre col suo ragazzo che mi ha dato una gioia immensa nel venirmi a trovare, finalmente. E come sono stata felice di sapere che anche lei è rimasta conquistata da questo Paese e da questa città, è come se ora fosse ancora di più insieme a me nella mia vita quotidiana, anche se la distanza impietosa ci divide. 
Infine la visita di altri due amici del paesiello, di quelle amicizie che nascono nell'adolescenza e non finiscono mai. Non conta quanto ci si veda con loro, sappiamo di esserci e questo ci basta.

E quindi, in balia di nostalgie antiche, scrivo il minuetto delle cose che mi mancano. Sperando che la nostalgia vada via presto, come la nebbia sul ponte che è passata ieri.




Il profumo del sugo la Domenica appena sveglia.
La voce di mia nonna che mi chiamava su per le scale di casa.
La zeppola con lo zucchero a colazione nelle mattine d'estate a Paestum, prima di andare in spiaggia.
Le albe bolognesi che ci sorprendevano instancabili.
Il sapore del mosto  nella cantina di mio nonno quando si vendemmiava.
I tramonti di fuoco sui colli senesi.
I pomeriggi coi miei cugini, e poi il sabato sera tutti in pizzeria.
I giochi nel quartiere, ed eravamo tutte femmine.
La sensazione di libertà quando andavamo in macchina senza meta.
I pomeriggi e le sere a San Donato ad ammirare la calma della campagna d'estate.


Dedicato a tutti quelli che hanno vissuto insieme a me queste cose.





10/07/2012

Jeff, you should've come over

Jeff Buckley se ne andò portato via dal Mississippi senza una ragione quel maledetto 29 Maggio 1997, quando aveva compiuto da poco trent'anni.
Mancano pochi mesi all'uscita del film sulla sua vita, "Mistery white boy", e Reeve Carney lo impersonerà.  Ho cercato questo perfetto sconosciuto su google e devo dire che un po' gli somiglia;  sarà difficile però rendere in poche decine di minuti una vita così intensa e struggente,  come la sua voce, ma spero vivamente che ci riescano, o che lascino almeno una bella sensazione in chi vedrà la pellicola.
Ed intanto oggi m'intristisco un po' perché penso a quella vita spezzata, difficile, tormentata, poi ascolto una delle mie canzoni preferite di sempre, che è proprio sua, l'ha scritta e musicata lui a 27 anni, e allora è come se fosse ancora qua.
Grazie Jeff. Perché hai saputo dire tra le altre cose "All my blood for the sweetness of her laughter".







Lover, you should've come over

Looking out the door I see the rain fall upon the funeral mourners 
Parading in a wake of sad relations as their shoes fill up with water 
And maybe I'm too young to keep good love from going wrong 
But tonight you're on my mind so you never know 

Broken down and hungry for your love with no way to feed it 
Where are you tonight, child you know how much I need it 
Too young to hold on and too old to just break free and run 

Sometimes a man gets carried away, when he feels like he should be having his fun 
And much too blind to see the damage he's done 
Sometimes a man must awake to find that really, he has no-one 


So I'll wait for you... and I'll burn 
Will I ever see your sweet return 
Oh will I ever learn 

Oh lover, you should've come over 
'Cause it's not too late 
[ Lyrics from: http://www.lyricsfreak.com/j/jeff+buckley/lover+you+shouldve+come+over_20070214.html ] 
Lonely is the room, the bed is made, the open window lets the rain in 
Burning in the corner is the only one who dreams he had you with him 
My body turns and yearns for a sleep that won't ever come 

It's never over, my kingdom for a kiss upon her shoulder 
It's never over, all my riches for her smiles when I slept so soft against her 
It's never over, all my blood for the sweetness of her laughter 
It's never over, she's the tear that hangs inside my soul forever 


Well maybe I'm just too young 
To keep good love from going wrong 

Oh... lover, you should've come over 
'Cause it's not too late 

Well I feel too young to hold on 
And I'm much too old to break free and run 
Too deaf, dumb, and blind to see the damage I've done 
Sweet lover, you should've come over 
Oh, love well I'm waiting for you 

Lover, you should've come over 
Cause it's not too late










30/05/2012

30 Maggio

Il 30 Maggio 2001, undici anni fa (!) i Radiohead venivano a suonare all'Arena di Verona nella loro unica tappa italiana. Mancavano pochi giorni all'uscita di "Amnesiac", ma già la loro musica aveva subito una svolta più elettronica con "Kid A". Io fino a quel momento avevo tutti i loro CD, tranne uno, "OK Computer", uno dei capolavori degli anni '90, che però conoscevo a memoria, e che avrei acquistato proprio dopo quel concerto, folgorata dall'esecuzione live. E che mi è tanto caro che ormai è uno di famiglia. Tra l'altro in casa OceansTwo ne girano ben due copie. Due di famiglia, quindi.

Maggio a Bologna è un mese che può essere già caldissimo, ed è il tempo delle ultime lezioni prima della sessione estiva di esami. 
Si sparge la voce, i Radiohead vengono a suonare a Verona. Chi viene con me? Solo un mio amico risponde all'appello, e sarà con lui che avrei visto uno dei concerti più belli di sempre. Per me, e non solo.






Per tutti quelli che ebbero la fortuna di assistervi.
Perché fu davvero uno spettacolo incredibile.
Per la location, per la luce del tramonto su quelle sagome e sui corpi dei quindicimila accorsi, per l'anima che ci misero loro nel suonare, ed il pubblico nel lasciarsi incantare.
Presi i biglietti, 50.000 lire, in gradinata. In un'epoca in cui non c'era bisogno di acquistarli un anno prima, non c'era bisogno di programmare il dettaglio, c'era più spazio per l'improvvisazione.
Il 30 Maggio è un pomeriggio caldissimo e giallo, a Verona. Io aspetto il mio amico davanti all'Arena perché sono arrivata prima, e quando entriamo il sole si avvia al tramonto di fronte a noi. Ed io ricordo in maniera netta che quando attaccano "Lucky" sotto un cielo rosso fuoco non riesco più a contenere l'emozione. È un pezzo struggente, scritto da Yorke e soci per War Child, l'associazione che raccoglieva fondi per i bambini vittime della guerra in Bosnia (qui il video ufficiale).

Ho anche trovato il video integrale di quella serata, girato da una postazione appena un po' più in alto da  dove ci trovavamo noi, e al minuto 10.20 quell'emozione si rinnova.





Adesso il mio pensiero va all' amico che era con me a quel concerto, e con cui rimasi alcune ore in una Verona notturna e calda in attesa del primo treno per Bologna, ascoltando Battiato dagli stessi auricolari. Penso a lui e a tutti gli amici che ho in Emilia. So che la paura è tanta, ma tenete botta!

Il 30 Maggio a Lisbona può far molto caldo. La mattina del 30 Maggio del 2012, insieme alle belle sensazioni che questa data porta con sè, ancora mi gongolo per i regalini che ho ricevuto ieri da Dublino. Regalini che mi ha mandato Antonella per il primo compleanno di OceansTwo, e di cui sono stata felicissima!
Ancora mi gongolo dunque, quando arriva la pausa pranzo, e per oggi io e Mariantonietta siamo riuscite a combinare un incontro. Sono due ore di chiacchiere a ruota libera, credo di averle fatto una capa tanta davvero, ma le cose vengono una dopo l'altra,  e due ore sono volate. Parlando di Lisbona, di noi, di viaggi e...di Scarface.
Mi costa tornare ai posti di combattimento, ma mi tocca. 
Prima ascolto un'altra volta Lucky, però.
I feel my luck could change...



LUCKY by Radiohead

I'm on a roll, I'm on a roll
This time, I feel my luck could change
Kill me Sarah, kill me again with love
It's gonna be a glorious day

Pull me out of the aircrash
Pull me out of the lake
I'm your superhero
We are standing on the edge

The Head of State has called for me by name
But I don't have time for him
It's gonna be a glorious day
I feel my luck could change

Pull me out of the aircrash
Pull me out of the wake
I'm your superhero
We are standing on the edge








25/05/2012

Anthony Bourdain a Lisbona, io e Cosmopolis

Cosa c'entrano lo chef Anthony Bourdain, Lisbona, il duo lisboeta Dead Combo con la loro musica fatta di  jazz, post-rock, musica popolare portoghese, e Cosmopolis, il film in questi giorni in concorso a Cannes, tratto dall'omonimo libro di DeLillo tradotto da Silvia Pareschi

Dunque. Prima di vedere questo video non avevo la minima idea di chi fosse Anthony Bourdain. Ora so che è uno chef  newyorkese di alto livello che da qualche stagione è l'inviato di un programma che si chiama "No reservations", in cui il simpaticone viaggia in lungo e largo per il globo spazzolando tutto quello che c'è di tipico nelle zone in cui va a girare. Dire che lo invidio è poco: fa il mestiere più bello del mondo! Il programma a mio parere è fatto bene: si vede che i contatti con la gente del posto sono validi, ed inoltre capita di sentirsi davvero coinvolti nelle usanze locali.

Recentemente è andata in onda la puntata su Lisbona, che vi linko qua sotto. Se ce la fate a resistere, godetevi i primi cinque minuti, ma poi vi verrà l'irrefrenabile voglia di tuffarvi in una vasca di frutti di mare, vi ho avvisati. Segnalo anche che dal minuto 16 in poi lui e i bravi del posto fanno fuori una quantità di polpo arrosto che sfamerebbe un esercito; dal minuto 18 va pure a fare l'aperitivo in uno dei miei posti preferiti, ed infine al minuto 22 ingurgita un paio di litri di ginjinha (di cui sono un'estimatrice anch'io) come se niente fosse.  Per quanto mangia dovrebbe essere un barilotto, ma non lo è: saranno fotomontaggi?

Inutile dire che ho già visto le puntate girate in Sicilia, Sardegna e Creta, e sto cercandone altre.




Colonna sonora del video sono appunto i Dead Combo, ricorrenti col pezzo "Lisboa mulata", contenuta nell'omonimo album in cui ha suonato anche il mitico Marc Ribot.
Qualche mattina fa sento alla radio che, da quando negli USA è andata in onda la puntata del mangione in riva al Tejo, quest'album è schizzato in vetta alle classifiche di iTunes, e che questa sera il duo andrà a suonare a Cannes in occasione del party dopo la proiezione di Cosmopolis, come annunciato nel sito ufficiale.
Il collegamento tra le due cose è che il produttore del film è Paulo Branco, portoghese, il quale ha annunciato che dopo la fine del concorso il regista (Cronenberg), i due attori principali (Robert Pattinson e Paul Giamatti) e molto probabilmente anche DeLillo saranno a Lisbona per la prima.
Speriamo di avere modo di parteciparvi, con la mia bella copia di Cosmopolis -che sto ancora leggendo- vinta in occasione del primo anno del blog di Silvia, e recapitatami in Italia ad Aprile.
La copia è già autografata dalla traduttrice, chissà che riesca  a collezionare anche l'autografo dell'autore! 
[Aggiornamento del giorno dopo: i biglietti per la prima sono esauritissimi! Addio sogni di gloria.]



E pensare che in teoria avrei dovuto ricevere "Erano solo ragazzi in cammino" di Dave Eggers, ma poi c'era stato un cambio programma last minute.
Quando si dicono le coincidenze!  Insomma, ora tutto torna.
A questo punto ho troppe ragioni per tifare per Cronenberg & soci! 
Mi hanno dato anche l'occasione per mostrare finalmente questo bellissimo premio, che mi accolse come un abbraccio in un caldo pomeriggio italiano di primavera.






08/05/2012

Tutto iniziò così: OceansTwo compie un anno.

Ed eccoci. Un paio di settimane fa mi era venuto in mente che c'eravamo quasi, e poi me ne stavo per dimenticare. Ma poi mi si è accesa la lampadina: oggi questo blog compie un anno di vita.
Mi ero iscritta a blogger nel 2007, ma poi, un po' per pigrizia e un po' per inibizione, la cosa non era decollata. Neanche il cambiamento vissuto venendo ad abitare qua, in un periodo allucinato della mia vita, incasinatissimo, tra tesi di dottorato da finire, ripetizioni, ore di baby sitter ad una bellissima bimba  che è ancora nei miei pensieri, trasloco da organizzare dall'Italia, pacchi da rispedire a casa dei miei, e chi più ne ha più ne metta, nemmeno la tregua dopo questo caos immenso mi aveva dato la giusta spinta per iniziare. Avevo in verità aperto un blog dal titolo "Spaziotempo libero" appena arrivata a Lisbona, ma dopo un primo post di prova, era stato lasciato marcire.

Poi all'inizio dell'anno scorso si materializzò la possibilità di un viaggio in California, coniugabile con alcuni impegni di lavoro a San Francisco. Ero contentissima.
Nelle mie lunghe ricerche in internet nei mesi prima di partire, mi imbattei in diversi blog californiani e non, e cominciai a leggerli, accorgendomi giorno per giorno che le mie visite si facevano sempre più frequenti, a prescindere dalle informazioni che stavo cercando per organizzare il mio viaggio. 
Da loro mi sentivo a casa: ero ormai in trappola!
Poi successe che era una domenica pomeriggio calda  e di sole, ed ero appena tornata da un concerto di jazz in un parco.




Ero in pace, ricordo benissimo quella sensazione di calma. 
E cominciai a scrivere, vincendo l'imbarazzo. L'8 Maggio 2011 nascevano Elle e questo spazio. Cinque giorni dopo ero su un aereo per la West Coast, da dove continuai a postare real time, eccitata ed entusiasta, non sapendo minimamente cosa sarebbe venuto dopo, né se ci sarebbe stato un dopo.
Invece dopo è successo che l'entusiasmo è continuato, e questo angolo ha cominciato ad avere una vita sua: ho incontrato tante persone interessanti che mi danno modo di conoscere e di conoscermi, trovo stimoli in modo molto più diretto di prima, mi confronto e mi interrogo, perché è una cosa che mi piace, che mi fa sentire viva. 

Lo riaprirei altre mille volte, un blog. E' passato già un anno, e non so neanche come. Grazie a chi c'è, a chi mi legge e s'immagina il mio mondo. Sappiate che io faccio lo stesso con voi, e mi diverto un sacco!

Quindi, visto che siete arrivati pazienti a leggere fino a qua, vi vorrei premiare. Un bacio virtuale a tutti, e un oggettino a chi vuol partecipare a questo compleanno. Non ho ancora idea di cosa sarà, diciamo che sarà una sorpresa, del resto io coi regali a comando sono una frana. Per ora si presenta così:



Tra tutti coloro che scriveranno nei commenti qua sotto estrarrò entro il 20 Maggio quella cosa che ancora non so (datemi tempo per trovarla).
E ve la manderò ovunque voi siate, promesso!







03/05/2012

Immagini dall'Italia 1: gente di mare

Ed eccomi approdata ancora una volta alle sponde dell' Atlantico.
Accolta all'atterraggio da una spessissima coltre di nubi dense e scure che mi hanno privata della bellissima nonché attesa vista della foce del Tejo e della città che si staglia sul blu. 
Mentre ero al finestrino ho pensato ad un viaggiatore che, atterrando a Lisbona, non riesce a godere di quei colori da lassù: una grossa mancanza davvero. 
Per chi vi è già abituato invece, una dura privazione.
Il ritorno è intriso di stordimento, anche se già ieri sera poter tornare a parlare portoghese mi ha fatto sentire bene.

Ho la mente ed il cuore colmi di tanti preziosi attimi che proprio perché son rari acquistano tutto un altro sapore. 
Il sapore delle cose vissute, in perenne attesa di essere riscoperte.
Ho rubato qualche immagine mentre non mi stancavo di girare per le strade, per cogliere gli attimi di mare a Taranto, sullo Jonio, a Polignano, sull'Adriatico e a Salerno e Cetara, sul mio Tirreno.

Mi è mancato questo spazio e mi siete mancati tutti. Perciò vi porto con me nei miei luoghi.

Tripudio di colori, di profumi e di suoni al mercato di Taranto, in cui mi sono imbattuta per caso una mattina, cercando una libreria che non era in centro, e avventurandomi a piedi per rioni poco battuti.



Il bianco e il blu di Polignano, dove ho trascorso il 25 Aprile. 
Un paesino incastonato nella roccia a picco sul mare, un dedalo stupendo di stradine spazzate dal vento di salsedine. Un pranzo superlativo, di cui parlerò nel post dedicato. Una giornata indimenticabile con la mia famiglia siculo-pugliese.




Salerno: è sempre un piacere tornarci. Mi ricordo di quando al liceo marinavo le lezioni per andarci, anche se si poteva restare solo due ore, in modo da essere a casa in orario e non destare sospetti. Ci andavo per comprare i CD da Disclan e per fare un giro sul  lungomare. Ci andavo perché era la città quando la mia vita  era in paese.
Allora credo che non avrei mai notato le buste piene di cipolle e patate appese sotto agli archi nei vicoli del centro storico. 




Cetara: una perla della costiera amalfitana a pochi passi da Salerno. Ci mancavo da alcuni anni, ed è stato bello rivederla. Sentire l'odore dei limoni salire dalle terrazze sulle montagne a picco sul mare, comprare le acciughe sott'olio più buone del mondo e poltrire sulla spiaggetta sulla quale affacciano dei palazzi stupendi. La giornata era bellissima e c'era gente che faceva il bagno in uno scenario incantevole. E poi io ero con la mia amica di sempre. Il momento perfetto, che avrei voluto prolungare all' infinito.





Davanti a tutto quello splendore mi son venuti in mente i celebri versi che tanto ho amato:

"Homme libre, toujours tu chériras la mer!"

(da "L'homme et la mer", C. Baudelaire)







14/04/2012

Il sacro e il profano di Castilla y León. Part II. il profano

Il viaggio profano inizia in modo consono, cioè con due luoghi comuni della Spagna: il toro e il prosciutto (jamón).
Ecco. Questi non sono affatto luoghi comuni, sono semplicemente il chiodo fisso da queste parti! A parte i tori nelle bandiere e quelli veri che pascolano perennemente nei campi, il nuovo design iberico prevede installazioni di statue coloratissime di tori a grandezza naturale lungo la statale. Tori di tutti i colori, con fantasie per tutti i gusti. 
Ero in macchina, purtroppo non sono riuscita a fotografarli (speravo di beccarne almeno uno vintage al ritorno, ma abbiamo cambiato strada). 
Ci sono anche delle strade che si chiamano semplicemente "Toro", senza neanche fregiarsi del titolo di "strada" o "viale" o, che so, "passeggio". Dove sei? In Toro no. 21, arrivo subito. Dammi solo il tempo di ingozzarmi di jamón e arrivo.
Infatti è lui il re della tavola, che campeggia trionfante in ogni bar, appeso con altri cento esemplari sulle vostre teste, una spada di Damocle suina e profumatissima.
E se invece optate per una caña, ossia una birra alla spina, non potete credere che lo spillatore abbia le fattezze di ciò che pende sulla vostra testa, e che sia persino corredato di elegante zampa con piedino all'insù.







Fuori dai centri abitati si estendono i vigneti ad alberello di tempranillo di Toro. In questo caso Toro è la località, e quindi abbiamo anche i famosi vini di Toro. Olé!
La terra qui è rossa, sanguigna, ed in questa stagione le viti spoglie e nere creano un colpo d'occhio particolare.




Le città sono delle piccole perle di architettura medievale e cinquecentesca.
Oltre a Zamora (di cui vi ho parlato nel post sacro) che pullula di chiese romaniche, gli altri posti che ho visto sembrano fermi alle epiche imprese della Spagna di Don Chisciotte: piazze rettangolari con portici per lo più lignei, rigorosamente Plaze Mayor, e dedali di stradine con palazzi e i loro balconi coperti in legno o ferro battuto.



E poi Salamanca, città universitaria e viva, gioiellino romanico-gotico-barocco.
L'interno della cattedrale vecchia è uno dei più belli che abbia visto, soprattutto per gli effetti ottici che le poche finestre e i rosoni riescono a ricreare sapientemente, in un inseguirsi di luci ed ombre in bianco e nero. 
All'uscita il sorprendente blu immenso del cielo è accecante.





Torniamo all'aspetto mangereccio con le tapas. Banconi lunghissimi imbanditi e dove si azzuffano i famelici prima, durante e dopo l'ora di pranzo, buttando rigorosamente le carte a terra. L'ho visto fare a tutti, camerieri che sparecchiavano compresi. 
Se ci arrivate affamati è la vostra fine, perché quei banchi dove alloggiano schiere di teglie piene di ogni cosa -per lo più fritta- vi sembreranno un'oasi nel deserto.
Ho persino rischiato di mangiare uno spezzatino di labbra di vacca con patate: infatti lo avevo chiesto indicandolo, ma poi l'occhio m'era provvidenzialmente caduto nel piatto dell'avventore che consumava rigorosamente in piedi e, intravedendo callosità sospette, avevo chiesto ragguagli. No, grazie, facciamo che mi dai quella frionzola di...ehm...jamón, ché tanto qua non ho scampo.
I vini sono ottimi, del resto in questa zona si estende la Ribera del Duero, ossia il Douro portoghese, zona vinicola da secoli e di alta qualità.



Il piatto che anche da solo potrà infierirvi il colpo di grazia sarà fatto di salsiccia arrostita coperta da patate fritte e pimientos de padron, i cosiddetti friarielli, insomma, per chi mastica un po' di cucina del sud.

Eh già, quanto mi è familiare 'sto piatto!
Gli spagnoli ci hanno lasciato eredità "pesanti" anche ai fornelli. La tortilla, ad esempio, esiste anche da noi, e si chiama frittata di patate, cioè quel che è.




La Castilla y León è anche la regione dove si parla il castigliano puro.  
Gli altri. Perché io, che prima di venire a vivere qua masticavo un po' di spagnolo, adesso l'ho praticamente rimosso: la somiglianza apparentemente strettissima al portoghese, mista alla familiarità con l'italiano hanno reso tutto molto...creativo. 


Guardando nei cieli qui è  facile avvistare simpatici uccelli, di cui campanili e tetti merlati ospitano i nidi, anzi i nidoni: le cicogne! Io non le avevo mai viste, sono bellissime!  Ed emettono uno strano suono battendo il becco. 
L'ultimo giorno, dopo aver attraversato autunno ed inverno, finalmente decine di rondini ci ricordano che è davvero primavera.




Simpatici insomma questi castigliani. Ma quanto sono caciaroni! Son capaci di fare chiasso anche in tre. Mentre esulto quando escono dal locale in cui sono capitata regalandomi un attimo di quiete, mi viene in mente una scritta che campeggiava qualche tempo fa sui muri di Lisbona.







Abbassiamo il volume dunque, il viaggio e' finito: si torna in Portogallo. 






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