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23/07/2014

Jacarandás

Mi ritrovo a camminare per la città godendomela come non facevo da tempo. È Giugno e la luce invade strade, viali e vicoli, riflessa sullo specchio del Tejo che brilla laggiù. Scendiamo dalla nostra collina io ed il piccolo S. nel marsupio, rimbalzando da un colore all' altro, indugiando ora in un odore, ora in un suono.
Nel 2013 Lisbona ha ricevuto piú di dieci milioni di turisti, una cifra record, e la tendenza è confermata anche per quest' anno. Nonostante ciò la città mantiene il suo fascino atipico ed underground, un insieme di dettagli di bellezza che è davvero difficile ritrovare altrove.
Lisbona è una città che vive di bellezza. 
Non c'è turismo che stravolga l'animo di questi luoghi, così adagiati nel tempo eppure così sorprendentemente mobili, mai identici a se stessi. Per quanto si pensi di conoscerli sapranno sempre stupire, ad ogni ritorno.




C'è infatti sempre un motivo per tornare a Lisbona. Può essere il richiamo dell'oceano, la voglia di bagnarsi nella luce bianca e in quel blu che avvolgono tutto, o magari un odore che ti cattura per la strada e non te lo levi più di dosso, o il sentimento dell'altrove così presente, dell'Africa, dell'America -sembra quasi di toccare quelle coste solo perdendosi nelle profondità del fiume che sfocia nell' Atlantico...
O ancora una prospettiva vista da un panorama o da una salita, un guizzo di colore in una via o un mosaico di azulejos dalle mille sfumature che ricopre i palazzi; oppure il sentimento di un fermento di persone che vogliono fare bene e meglio che anima i quartieri e li fa essere vivi, e li trasforma.

Può essere il cielo di un quadro pieno di jacarandás, alberi tropicali originari del Brasile che han trovato casa qui, anche loro, e la cui fioritura segna l'inizio dell'estate lisbonese.
I loro fiori durano un mese, poi i rami tornano verdi e quasi dimentichi la bellezza nascosta delle loro gemme; in fondo questi alberi  hanno attecchito bene in questa città perché le somigliano.





Guardo i  jacarandás passeggiando nelle vie viola di fiori a terra e di rami in cielo e rivivo i giorni in cui ce  ne andavamo così, senza meta, ormai nove anni fa, io e mrT, rapiti da angoli nascosti e colorati che rimasero a lungo sensazioni vividissime.

E poi quegli alberi dalle fronde rigogliose di cui ignoravamo il nome.
Mai avremmo immaginato di ritrovarli, anni dopo e ogni anno, puntuali coi ritmi della natura per celebrare ogni volta un mese speciale.






27/11/2013

Mudança e altri viaggi

Eccomi qua, dopo seimila Km percorsi in aereo, piedi, autobus, treno, auto tra cinque città (Lisbona, Bologna, Orte, Viterbo, Roma) e tanti amici, vecchi e nuovi.
Un viaggio di lavoro in quel di Bologna si trasforma in un'occasione per riabbracciare tante persone che sono parte importante della mia vita.
Vi ringrazio tutti, amici miei, uno per uno.
Ringrazio chi è venuto da lontano anche solo per vedermi poche ore, chi mi ha ospitato felice nella sua casa nel solito quartiere bolognese e mi ha portato a fare colazione al solito bar; chi m'è venuto a prendere dopo il lavoro per farmi conoscere il suo gioiello di un anno e mezzo (col quale siamo diventati subito amici!), chi mi ha reso partecipe delle sue difficoltà e delle sue gioie davanti all'ennesimo ginseng, chi è stato troppo breve ci rifaremo, chi ho abbracciato in carne ed ossa dopo un anno intenso di web; chi mi è venuto a prendere all'ennesima stazione con un vento gelido, chi mi ha fatto una sorpresa (mia madre), chi è sempre mia sorella soprattutto quando ci battibecchiamo.

Un brindisi per mrT, il grande assente

Ritorno a Lisbona la sera tardi, e il giorno dopo trasloco quintali di roba a casa nuova. Una faticaccia per il corpo, ma almeno col cuore pieno.
La prima cena consiste in una piadina con stracchino (ne ho scoperto uno buonissimo ultracremoso che fanno a Sorano) e culatello su un tavolo di fortuna infilato tra le macerie. Un po' di gratifica anche per il corpo.




Stamattina stremata mi sveglio così. L'alba entra prorompente dalle finestre della cucina.
"Mudança". Dal verbo "mudar", che significa anche cambiare.
Rende molto piú di "trasloco", che rimanda a qualcosa di puramente fisico.


Un'altra lunga giornata mi aspetta, eppure questa luce mi dà una forza nuova.








01/09/2013

Il sapore di un abbraccio. Abraça alguém, sabe bem.

Mi giro un attimo ed Agosto non c'è più. 
Se n'è andato portando via con sé pomeriggi al mare, giornate dense d'impegni, strade vuote dei circuiti non turistici della città che amo pensare soltanto mie e di pochi altri, mentre mi perdo nei profumi del gelsomino rosso, fiorito come un miracolo nel giardino di una villa abbandonata.

 


Nel sole che brucia la pelle di un pomeriggio lento, scopro vecchie fabbriche di vino in palazzi di art nouveau volute da quell'Abel Pereira da Fonseca che in punto di morte disse saggiamente agli eredi "finché il Tago avrà acqua, a Lisbona non dovrà smettere di scorrere vino".
Dove ora si possono incontrare bettole d'altri tempi con avventori che sembrano usciti da un cinema anni '60.
Entro attirata dall'ombra e dalla penombra per chiedere un toast, ormai fanno toast ovunque in città, mi spiace, qui non abbiamo toast, solo pezzi di carne arrostita. E tanta birra.



Poi, mentre il sole mi acceca riflesso sui palazzi bianchi e gialli che non smettono di rincorrermi, mi assale il sapore di un abbraccio.
Ne avevo dato un altro soltanto poco prima, nel salutare due amici all'aeroporto.

E ritorno a Cabo Espichel, presso quelle rocce estreme dove l'oceano s'infrange impietoso erodendo l'anima con la sua salsedine, un posto carico di storia e di leggende, dove sembra di essere altrove sulla Terra; dove ci si affaccia sull'acqua attraversando una piazza deserta, andando incontro a qualcosa carichi di aspettative, ma senza sapere che spettacolo si stia per aprire davanti.

Poi te la trovi davanti e dentro, e ovunque.

La bellezza di un abbraccio.

Di quelli che ho dato e che darò sempre, nell'ora ineluttabile del commiato.


Eremo di Nossa Senhora do Cabo
Il Faro. Photo courtesy of my friend Claudia
Abraça alguém, sabe bem.





04/09/2012

Io e la parmigiana di melanzane

E' da diverso tempo, ossia dal giorno in cui vi raccontai la storia di una caponata, che penso anche a quest'altra, sempre legata ai bellissimi anni bolognesi, che, se ancora non si fosse capito, non me li scollerò di dosso mai.

Erano i primi anni di università, ed era estate. Il tempo in cui si usciva in gruppo con tutti, poi con gli anni sono rimasti solo gli amici veri, e molti si sono persi per strada. A Bologna era facile che succedesse: in una città così viva e studentesca c'era sempre qualcosa da fare, un posto dove andare, un gruppo di persone con cui uscire, la casa di qualcuno dove andare a studiare o a mangiare.
Ed io quell'estate avevo una casa bellissima con un terrazzo in pieno centro storico, quello coi portici colorati di rosso che ti abbracciano e riparano dalla pioggia e dal sole impietoso. 
Una sera decidemmo di organizzare una cena da me, ed io mi cimentai con la parmigiana di melanzane. Non so come mai scelsi proprio quel piatto, che tra l'altro non è affatto veloce da preparare, specie quando ti si presentano a casa in venti, e si soffre anche abbastanza a friggere e ad accendere il forno d'estate con mille gradi fuori. Non era neanche una ricetta della mia famiglia, per dire, fu proprio un'idea che mi balenò in testa, e non l'avevo mai fatta prima. Non sapevo nulla di teorico, fu puro istinto.

Quando la portai in tavola tutti restarono meravigliati: non se lo sarebbero mai aspettati, quei giovani studenti abituati alla pasta col tonno preso direttamente dalla scatola o alla tristissima pizza d'asporto effetto frisbee. 
Non scorderò mai cosa mi disse una ragazza leccese dopo averne assaggiato un pezzo: "Sa proprio di casa!". Mi fece un piacere immenso, perché in fondo, e forse fu quella volta che lo capii, per me questo vuol dire cucinare: riuscire a ricreare, ad inventare con un profumo o un sapore tutta una vita, una storia personale, come avviene al temibile critico gastronomico Anton Ego in Ratatouille.

E così la parmigiana divenne il mio cavallo di battaglia: dopo quella prima volta ne vennero altre cento, in tutte le case che cambiai negli anni dopo, ed era sempre un successo. C'erano a volte anche impavidi amici aiutanti che trascorrevano i pomeriggi a casa con me per impanare le fette di melanzana. E qualcuno particolarmente attento mi chiedeva anche una maglietta per non impuzzonirsi di fritto. Alla frittura comunque ci ho sempre pensato io, uscendo ben profumata da ore di dure sessioni.
Ma che bellezza quelle cene! Friggerei per altre mille volte ancora, se potessi!

Diversi anni e città dopo, la ricetta è sempre questa, anche se ora la cucino molto di rado.
Per una teglia media:
Due melanzane sode e tonde medie, diciamo sui 400 grammi in totale
Sugo al pomodoro corretto con un po' di zucchero
Due mozzarelle
Formaggio vaccino grattugiato 
Cipolla
Uova
Farina
Sale, olio, basilico

Tagliate le fette di melanzana a rondelle non molto spesse e passatele nell'uovo sbattuto e nella farina. Friggetele, salatele ed adagiatele su carta assorbente. Anatema? Beh, potete grigliarle, ma sappiate che non sarà la stessa cosa, no, no, no e no. E comunque aggiungo che se la frittura è fatta a modo non vi resterà sullo stomaco.
Preparate il sugo al pomodoro con la cipolla: io ne correggo sempre l'acidità con un po' di zucchero, cosa che specie all'estero fa la differenza, ma anche in Italia col pelato serio vi assicuro che lo zucchero fa magie.
Disponete le melanzane fritte in una teglia, alternandole a strati con la mozzarella, il sugo, il formaggio ed il basilico, fino ad esaurimento degli ingredienti. L'ultimo strato superficiale fatelo ben formaggioso così si formerà l'irrinunciabile goduriosa crosticina.
Infornate a forno alto (200°C) fino a quando vedrete che il liquido del sugo si sarà assorbito, e accendete il grill all'occorrenza per farla gratinare.
Servite tiepida. Non vi auguro la mia sorte: per fronteggiare le fameliche orde, mi toccava impiattarla bollente.
Meno male che ho le mani di amianto! Però la melanzana non teneva la forma, ed inoltre raffreddandosi diventa molto più saporita.
La leggenda infatti narra che sia molto migliore nei giorni seguenti, ma pochi eletti conoscono il segreto dell'effetto del tempo su tale piatto.









Scarpetta garantita e raccomandatissima.











19/08/2012

Minuetto delle cose che mi mancano

E così finisce un mese di emozioni intense. Prima la visita della famiglia da Taranto, poi quella dell'amica di sempre col suo ragazzo che mi ha dato una gioia immensa nel venirmi a trovare, finalmente. E come sono stata felice di sapere che anche lei è rimasta conquistata da questo Paese e da questa città, è come se ora fosse ancora di più insieme a me nella mia vita quotidiana, anche se la distanza impietosa ci divide. 
Infine la visita di altri due amici del paesiello, di quelle amicizie che nascono nell'adolescenza e non finiscono mai. Non conta quanto ci si veda con loro, sappiamo di esserci e questo ci basta.

E quindi, in balia di nostalgie antiche, scrivo il minuetto delle cose che mi mancano. Sperando che la nostalgia vada via presto, come la nebbia sul ponte che è passata ieri.




Il profumo del sugo la Domenica appena sveglia.
La voce di mia nonna che mi chiamava su per le scale di casa.
La zeppola con lo zucchero a colazione nelle mattine d'estate a Paestum, prima di andare in spiaggia.
Le albe bolognesi che ci sorprendevano instancabili.
Il sapore del mosto  nella cantina di mio nonno quando si vendemmiava.
I tramonti di fuoco sui colli senesi.
I pomeriggi coi miei cugini, e poi il sabato sera tutti in pizzeria.
I giochi nel quartiere, ed eravamo tutte femmine.
La sensazione di libertà quando andavamo in macchina senza meta.
I pomeriggi e le sere a San Donato ad ammirare la calma della campagna d'estate.


Dedicato a tutti quelli che hanno vissuto insieme a me queste cose.





17/07/2012

Un posto del cuore. Come negli anni '50.

Esiste un posto nel mio cuore dove si riparano con amore borse, cinture, scarpe e tutto quello che sia di pelle. Qui migliaia e migliaia di cose consumate, oggetti improbabili e malconci, scampoli e residui   rinascono a nuova vita dalle mani esperte degli artigiani cresciuti a pane e bottega, tra martelli e vernici.
L'attività è mandata avanti con passione da due generazioni, e ci lavorano circa tre famiglie venute dall'amata Sicilia in tempi di guerra e povertà, sulla scia di un giovane soldato chiamato alle armi che riuscì ad imbucarsi nella Marina per sfuggire alla trincea, e che cominciò a costruirsi una vita sullo Jonio e ad inventarsi un lavoro per la vita.
Nell'immediato dopoguerra era solo un piccolo buco buio, e dentro a quei portoni ottocenteschi scorrevano le vicissitudini di tante umili famiglie che dividevano una stanza in cinque o sei, avevano il cortile in comune e vivevano tutti come se fossero uniti da un solo destino.
Nel retrobottega e nei mezzanini, accanto ai letti, bollivano pentole di sugo dolce e friggevano padelle di melanzane per la pasta della Domenica, perché il profumo di quel lembo di terra lasciato anni prima non avrebbe mai abbandonato i sogni ed i ricordi di chi era andato a cercare fortuna altrove, tradendo intimamente il suo rapporto con il mare e quelle montagne aspre che vi si calavano a picco, un incantesimo che solo gli isolani sanno. E bisognava continuamente farsi perdonare, fare pace col passato, ricucire lo strappo.
Qualcuno nel frattempo se n'è andato, lasciando il suo vuoto: prima quel soldato della Marina, poi un giovane artigiano bravissimo a cucire cartelle di cuoio, che lasciava un segno distintivo su tutto quello che le sue mani creavano, e quanto rammarico a non averli neanche conosciuti. 
Recentemente se n'è andato anche il maestro calzolaio che ha visto nascere bambini ed invecchiare adulti, e che ho avuto il piacere di incrociare sul mio cammino. Anche se non era della famiglia di sangue, era davvero uno di loro. 

Le tracce di chi non c'è più sono visibili però, le loro presenze si avvertono, sono rimaste. Bisogna solo coglierle.
Ogni cosa parla di sé, ed io la sto ad ascoltare sempre volentieri, perché non vorrei perdere neanche una parola di quello che ha da raccontarmi.




Quel posto si trova a Taranto da più di sessant'anni. 
Ed io, che ormai lo sento mio, ogni volta m'incanto in quelle stanze, sbucando da corridoi e porticine, immaginando un luogo che non c'è più, eppure che è presente ovunque, in tutte le fibbie, nei rotoli di pelle colorata, nei lacci, nei chiodi, nei vecchi ferri del mestiere.


In questi giorni OceansTwo ha visite da quelle terre lontane.
Com'è bello averli qui, dividere con loro questo piccolo mondo diverso, svegliarsi di fronte ad occhi amorevoli la mattina, tornare a casa la sera e sentire il profumo delle cose cucinate con dovizia ed amore, l'odore di casa che ti avvolge e non ti lascia.

Vorrei che le giornate fossero infinitamente più lunghe.




10/07/2012

Jeff, you should've come over

Jeff Buckley se ne andò portato via dal Mississippi senza una ragione quel maledetto 29 Maggio 1997, quando aveva compiuto da poco trent'anni.
Mancano pochi mesi all'uscita del film sulla sua vita, "Mistery white boy", e Reeve Carney lo impersonerà.  Ho cercato questo perfetto sconosciuto su google e devo dire che un po' gli somiglia;  sarà difficile però rendere in poche decine di minuti una vita così intensa e struggente,  come la sua voce, ma spero vivamente che ci riescano, o che lascino almeno una bella sensazione in chi vedrà la pellicola.
Ed intanto oggi m'intristisco un po' perché penso a quella vita spezzata, difficile, tormentata, poi ascolto una delle mie canzoni preferite di sempre, che è proprio sua, l'ha scritta e musicata lui a 27 anni, e allora è come se fosse ancora qua.
Grazie Jeff. Perché hai saputo dire tra le altre cose "All my blood for the sweetness of her laughter".







Lover, you should've come over

Looking out the door I see the rain fall upon the funeral mourners 
Parading in a wake of sad relations as their shoes fill up with water 
And maybe I'm too young to keep good love from going wrong 
But tonight you're on my mind so you never know 

Broken down and hungry for your love with no way to feed it 
Where are you tonight, child you know how much I need it 
Too young to hold on and too old to just break free and run 

Sometimes a man gets carried away, when he feels like he should be having his fun 
And much too blind to see the damage he's done 
Sometimes a man must awake to find that really, he has no-one 


So I'll wait for you... and I'll burn 
Will I ever see your sweet return 
Oh will I ever learn 

Oh lover, you should've come over 
'Cause it's not too late 
[ Lyrics from: http://www.lyricsfreak.com/j/jeff+buckley/lover+you+shouldve+come+over_20070214.html ] 
Lonely is the room, the bed is made, the open window lets the rain in 
Burning in the corner is the only one who dreams he had you with him 
My body turns and yearns for a sleep that won't ever come 

It's never over, my kingdom for a kiss upon her shoulder 
It's never over, all my riches for her smiles when I slept so soft against her 
It's never over, all my blood for the sweetness of her laughter 
It's never over, she's the tear that hangs inside my soul forever 


Well maybe I'm just too young 
To keep good love from going wrong 

Oh... lover, you should've come over 
'Cause it's not too late 

Well I feel too young to hold on 
And I'm much too old to break free and run 
Too deaf, dumb, and blind to see the damage I've done 
Sweet lover, you should've come over 
Oh, love well I'm waiting for you 

Lover, you should've come over 
Cause it's not too late










30/05/2012

30 Maggio

Il 30 Maggio 2001, undici anni fa (!) i Radiohead venivano a suonare all'Arena di Verona nella loro unica tappa italiana. Mancavano pochi giorni all'uscita di "Amnesiac", ma già la loro musica aveva subito una svolta più elettronica con "Kid A". Io fino a quel momento avevo tutti i loro CD, tranne uno, "OK Computer", uno dei capolavori degli anni '90, che però conoscevo a memoria, e che avrei acquistato proprio dopo quel concerto, folgorata dall'esecuzione live. E che mi è tanto caro che ormai è uno di famiglia. Tra l'altro in casa OceansTwo ne girano ben due copie. Due di famiglia, quindi.

Maggio a Bologna è un mese che può essere già caldissimo, ed è il tempo delle ultime lezioni prima della sessione estiva di esami. 
Si sparge la voce, i Radiohead vengono a suonare a Verona. Chi viene con me? Solo un mio amico risponde all'appello, e sarà con lui che avrei visto uno dei concerti più belli di sempre. Per me, e non solo.






Per tutti quelli che ebbero la fortuna di assistervi.
Perché fu davvero uno spettacolo incredibile.
Per la location, per la luce del tramonto su quelle sagome e sui corpi dei quindicimila accorsi, per l'anima che ci misero loro nel suonare, ed il pubblico nel lasciarsi incantare.
Presi i biglietti, 50.000 lire, in gradinata. In un'epoca in cui non c'era bisogno di acquistarli un anno prima, non c'era bisogno di programmare il dettaglio, c'era più spazio per l'improvvisazione.
Il 30 Maggio è un pomeriggio caldissimo e giallo, a Verona. Io aspetto il mio amico davanti all'Arena perché sono arrivata prima, e quando entriamo il sole si avvia al tramonto di fronte a noi. Ed io ricordo in maniera netta che quando attaccano "Lucky" sotto un cielo rosso fuoco non riesco più a contenere l'emozione. È un pezzo struggente, scritto da Yorke e soci per War Child, l'associazione che raccoglieva fondi per i bambini vittime della guerra in Bosnia (qui il video ufficiale).

Ho anche trovato il video integrale di quella serata, girato da una postazione appena un po' più in alto da  dove ci trovavamo noi, e al minuto 10.20 quell'emozione si rinnova.





Adesso il mio pensiero va all' amico che era con me a quel concerto, e con cui rimasi alcune ore in una Verona notturna e calda in attesa del primo treno per Bologna, ascoltando Battiato dagli stessi auricolari. Penso a lui e a tutti gli amici che ho in Emilia. So che la paura è tanta, ma tenete botta!

Il 30 Maggio a Lisbona può far molto caldo. La mattina del 30 Maggio del 2012, insieme alle belle sensazioni che questa data porta con sè, ancora mi gongolo per i regalini che ho ricevuto ieri da Dublino. Regalini che mi ha mandato Antonella per il primo compleanno di OceansTwo, e di cui sono stata felicissima!
Ancora mi gongolo dunque, quando arriva la pausa pranzo, e per oggi io e Mariantonietta siamo riuscite a combinare un incontro. Sono due ore di chiacchiere a ruota libera, credo di averle fatto una capa tanta davvero, ma le cose vengono una dopo l'altra,  e due ore sono volate. Parlando di Lisbona, di noi, di viaggi e...di Scarface.
Mi costa tornare ai posti di combattimento, ma mi tocca. 
Prima ascolto un'altra volta Lucky, però.
I feel my luck could change...



LUCKY by Radiohead

I'm on a roll, I'm on a roll
This time, I feel my luck could change
Kill me Sarah, kill me again with love
It's gonna be a glorious day

Pull me out of the aircrash
Pull me out of the lake
I'm your superhero
We are standing on the edge

The Head of State has called for me by name
But I don't have time for him
It's gonna be a glorious day
I feel my luck could change

Pull me out of the aircrash
Pull me out of the wake
I'm your superhero
We are standing on the edge








06/05/2012

Immagini dall'Italia 2: la vita agreste

Alcuni giorni nell'antica Lucania, in un territorio contadino ed in parte ancora autentico, dove il quotidiano è fatto davvero di cose piccole e semplici, direi essenziali.
Qui solo un evento terribile ha potuto perturbarne l'essenza: il terremoto del 1980, che spazzò via interi luoghi, cancellò storie, vite,  e cambiò anche le persone, rappresentando proprio uno spartiacque nella storia di chi l'ha vissuto, ma anche di chi l'ha conosciuto solo dai racconti. Esiste infatti un paese "prima" e "dopo" il terremoto, e io mi son fatta l'idea che doveva essere tutto più bello prima. Penso sempre a come sarebbero oggi queste terre se non ci fosse stato lui, perché dove non è arrivata la natura, ci ha pensato l'uomo a saldare il conto.




Io ho solo vaghi e lontani ricordi di un'epoca pre-ricostruzione, in cui anche le case sventrate mi sembravano più vere e più vive, e poi avevano delle cose da raccontare, ormai destinate a perdersi per sempre, perché qui la memoria non è stata preservata, ma si è scelto di cancellarla, forse perché rendeva poco.
E questo faccio davvero fatica ad accettarlo.
Però... sono i luoghi in cui sono cresciuta, e  tutto porta il sapore di anni spensierati e bellissimi, nonostante mi siano sempre stati molto stretti certi modi di pensare e di agire -e questa dev'essere certo stata un' ulteriore ragione che mi ha spinto ad andare via. Anche se a diciotto anni uno non sempre lo sa.

Rincontro per caso nelle strade i volti di persone che conosco da sempre, che ci sono sempre stati, personaggi che popolano i ricordi d'infanzia e dell'adolescenza. Qui i vicini sono come una specie di famiglia allargata, di cui si conoscono vizi e virtù.  Uscendo di casa so che mi fermerò tante volte per salutare qualcuno, o al contrario so bene da dove non passare per evitare incontri poco graditi. 
Rivedere quei visi è per me come rivivere tutta la vita in maniera acceleratissima e condensata, e mi rendo conto che più passa il tempo e più quello che mi colpisce maggiormente sono proprio queste persone, queste figure testimoni di un passato che esiste e che sa chi sono io.
E poi ci sono i paesaggi: a valle, la pianura coi suoi campi coltivati, e poi le colline e le viti, ed infine i rassicuranti Alburni laggiù, cornici immobili ed imponenti che quando li vedo so subito che sono a casa.




Quindi la casa vera, di cui lascio alcune immagini: il ripostiglio-cantina, l'amore felino spesso maldestro ma così indispensabile, e i ravioli di ricotta in attesa di essere cucinati, capolavoro della mamma.




Quando devo ripartire è sempre dura lasciare questi luoghi, da cui una volta sono fuggita, da cui mi sento distante, a cui mi sento irrimediabilmente vicina.




03/05/2012

Immagini dall'Italia 1: gente di mare

Ed eccomi approdata ancora una volta alle sponde dell' Atlantico.
Accolta all'atterraggio da una spessissima coltre di nubi dense e scure che mi hanno privata della bellissima nonché attesa vista della foce del Tejo e della città che si staglia sul blu. 
Mentre ero al finestrino ho pensato ad un viaggiatore che, atterrando a Lisbona, non riesce a godere di quei colori da lassù: una grossa mancanza davvero. 
Per chi vi è già abituato invece, una dura privazione.
Il ritorno è intriso di stordimento, anche se già ieri sera poter tornare a parlare portoghese mi ha fatto sentire bene.

Ho la mente ed il cuore colmi di tanti preziosi attimi che proprio perché son rari acquistano tutto un altro sapore. 
Il sapore delle cose vissute, in perenne attesa di essere riscoperte.
Ho rubato qualche immagine mentre non mi stancavo di girare per le strade, per cogliere gli attimi di mare a Taranto, sullo Jonio, a Polignano, sull'Adriatico e a Salerno e Cetara, sul mio Tirreno.

Mi è mancato questo spazio e mi siete mancati tutti. Perciò vi porto con me nei miei luoghi.

Tripudio di colori, di profumi e di suoni al mercato di Taranto, in cui mi sono imbattuta per caso una mattina, cercando una libreria che non era in centro, e avventurandomi a piedi per rioni poco battuti.



Il bianco e il blu di Polignano, dove ho trascorso il 25 Aprile. 
Un paesino incastonato nella roccia a picco sul mare, un dedalo stupendo di stradine spazzate dal vento di salsedine. Un pranzo superlativo, di cui parlerò nel post dedicato. Una giornata indimenticabile con la mia famiglia siculo-pugliese.




Salerno: è sempre un piacere tornarci. Mi ricordo di quando al liceo marinavo le lezioni per andarci, anche se si poteva restare solo due ore, in modo da essere a casa in orario e non destare sospetti. Ci andavo per comprare i CD da Disclan e per fare un giro sul  lungomare. Ci andavo perché era la città quando la mia vita  era in paese.
Allora credo che non avrei mai notato le buste piene di cipolle e patate appese sotto agli archi nei vicoli del centro storico. 




Cetara: una perla della costiera amalfitana a pochi passi da Salerno. Ci mancavo da alcuni anni, ed è stato bello rivederla. Sentire l'odore dei limoni salire dalle terrazze sulle montagne a picco sul mare, comprare le acciughe sott'olio più buone del mondo e poltrire sulla spiaggetta sulla quale affacciano dei palazzi stupendi. La giornata era bellissima e c'era gente che faceva il bagno in uno scenario incantevole. E poi io ero con la mia amica di sempre. Il momento perfetto, che avrei voluto prolungare all' infinito.





Davanti a tutto quello splendore mi son venuti in mente i celebri versi che tanto ho amato:

"Homme libre, toujours tu chériras la mer!"

(da "L'homme et la mer", C. Baudelaire)







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