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27/11/2013

Mudança e altri viaggi

Eccomi qua, dopo seimila Km percorsi in aereo, piedi, autobus, treno, auto tra cinque città (Lisbona, Bologna, Orte, Viterbo, Roma) e tanti amici, vecchi e nuovi.
Un viaggio di lavoro in quel di Bologna si trasforma in un'occasione per riabbracciare tante persone che sono parte importante della mia vita.
Vi ringrazio tutti, amici miei, uno per uno.
Ringrazio chi è venuto da lontano anche solo per vedermi poche ore, chi mi ha ospitato felice nella sua casa nel solito quartiere bolognese e mi ha portato a fare colazione al solito bar; chi m'è venuto a prendere dopo il lavoro per farmi conoscere il suo gioiello di un anno e mezzo (col quale siamo diventati subito amici!), chi mi ha reso partecipe delle sue difficoltà e delle sue gioie davanti all'ennesimo ginseng, chi è stato troppo breve ci rifaremo, chi ho abbracciato in carne ed ossa dopo un anno intenso di web; chi mi è venuto a prendere all'ennesima stazione con un vento gelido, chi mi ha fatto una sorpresa (mia madre), chi è sempre mia sorella soprattutto quando ci battibecchiamo.

Un brindisi per mrT, il grande assente

Ritorno a Lisbona la sera tardi, e il giorno dopo trasloco quintali di roba a casa nuova. Una faticaccia per il corpo, ma almeno col cuore pieno.
La prima cena consiste in una piadina con stracchino (ne ho scoperto uno buonissimo ultracremoso che fanno a Sorano) e culatello su un tavolo di fortuna infilato tra le macerie. Un po' di gratifica anche per il corpo.




Stamattina stremata mi sveglio così. L'alba entra prorompente dalle finestre della cucina.
"Mudança". Dal verbo "mudar", che significa anche cambiare.
Rende molto piú di "trasloco", che rimanda a qualcosa di puramente fisico.


Un'altra lunga giornata mi aspetta, eppure questa luce mi dà una forza nuova.








27/10/2013

Lisbona anni '40, Casino Royale in tempi di guerra

Ieri sono stata a vedere la mostra fotografica "A última fronteira- Lisboa em tempos de guerra" (entrata tre euro), allestita nel nuovo Museu da Cidade nel centralissimo Terreiro do Paço, l'affollata piazza -da me invero poco frequentata- dai palazzi gialli con vista sul Tejo.



E ho scoperto un pezzo della della vita a Lisbona negli anni '40, in piena seconda guerra mondiale.
Si sa che il Portogallo restò neutrale alla guerra per volontà del dittatore Salazar (a ricordarcelo tra l'altro c'è la famosa statua del Cristo Rei oltre il ponte 25 de Abril), anche se idealmente appoggiava l'Asse.
Nel 1940 a Lisbona si pensava all'apertura dell' Exposição do Mundo Português, per celebrare i centenari della nascita dello Stato (anno 1140) e della restaurazione dell'indipendenza dagli spagnoli (anno 1640), esposizione che rimase la piú grande del Paese fino a quella recente del '98 (di cui parlai qua).
Tuttavia, temendo attacchi aerei, i portoghesi provvidero a mettere in salvo i loro monumenti, ergendo delle vere e proprie barriere fortificate attorno a ciascuno di essi, e svuotando i musei delle loro opere d'arte.

La città divenne rapidamente già nel corso del 1941 il rifugio di fiumi (si parla di centinaia di migliaia di arrivi) di fuggiaschi, esiliati politici, spie, ebrei, aristocratici, attori, scrittori, giornalisti che venivano in terra neutrale in attesa o di ripartire per altrove (principalmente per l'America, se riuscivano a procurarsi la dichiarazione di qualche parente/amico già oltreoceano che avrebbe garantito per loro) o per ricrearsi una vita sulle sponde del Tejo.
Passarono per Lisbona molti scrittori (Ian Fleming, Arthur Koestler, Alfred Döblin tra gli altri) ed artisti (ricordo di aver visto il nome di Marc Chagall); nacquero circoli culturali per sole donne organizzati dalle signore dell'alta borghesia inglese.
La capitale visse allora un fermento culturale e sociale che non le era proprio in tempi di dittatura nazionalista quale quella salazariana (terminata, per la cronaca, soltanto nel 1974 -nonostante Salazar fosse morto tempo prima- con la rivoluzione dei garofani, di cui parlerò prima o poi perché rappresenta una pagina di storia davvero emblematica).  
Lisbona, unico porto libero e neutrale d'Europa, diventò punto d'incontro e sala d'attesa di tutti coloro che fuggivano da Hitler.
Di notte, "mentre Salazar dormiva", a Lisbona si muoveva una rete sotterranea e occulta di informazioni: le vicende fanno da sfondo al romanzo di Amaral Domingos (2013), che provvederò a reperire presto.

Karl O. Paetel, giornalista e corrispondente berlinese piú tardi a New York, disse: "Arrivammo a Praça do Rossio, nel centro di Lisbona. Magnifico! Solo chi viene da un Paese immerso nell'oscurità totale, dove di notte bisogna camminare in strada sondando con cautela il percorso, può apprezzare quello che trovammo quando alle due di notte sentimmo in maniera violenta su di noi la magia di quelle luci nella piazza".


La neutralità portoghese permise la libera circolazione della propaganda dei Paesi in guerra; Lisbona divenne un'importante piattaforma di confronto ideologico, di scambio d'informazioni e di spionaggio, le radio e i cinema fiorenti come non mai erano presi d'assalto dalle persone in attesa di notizie dall'estero.
Una curiosità: fu tra Lisbona ed Estoril, sede di un grande casinò, che si consolidò una rete fittisima di spionaggio: fu proprio assistendo ad una partita a carte nel casinò che Ian Fleming ebbe l'ispirazione per Casino Royale, il primo libro della saga di James Bond...
Il momento della ripartenza per altri lidi arrivava per quelli che riuscivano ad ottenere un visto e ricongiungersi coi proprio cari in America.
Scriveva Alfred Döblin, l'autore di "Berlin Alexanderplatz", -non ho cercato, ehm, trovato la versione italiana-:

"The ship weighs anchor in the darkness of the night. It was slowly turned and tugged down the Tagus. The centenary exhibition shone like in a fairy tale, as we passed. Its magical light was the last image we had of Europe shrouded in mourning".


Partenza


La mostra, che ho trovato davvero interessante perché rivolta a svelare uno spaccato di storia poco noto, dura fino al 15 Dicembre; nel resto dell'anno, per chi fosse interessato ad un percorso alternativo in città e volesse saperne di piú su quei tempi, segnalo che per dieci euro si può prenotare una visita guidata attraverso i luoghi della seconda guerra mondiale di cui ho parlato.







06/10/2013

Autunno nel Douro. Vino e non solo

L'autunno è una stagione che amo molto per i suoi colori, che nella mia mente sono quelli della vite e delle vinacce ( infanzia ed adolescenza vissute in un paesino collinare e i tre anni di campagna intensa e meravigliosa tra Siena e Chianti si fanno sentire). Anche quando ero a Pavia mi piaceva spingermi nell'Oltrepò per andare a catturare i colori da me amati.
Cercare l'autunno a Lisbona non è impresa facile per me, mancano le viti, ma è possibile percorrerne le tracce per esempio a Nord, nel Douro.
Il Douro è una regione che prende il nome dall'omonimo fiume che nasce in Spagna come Duero e s' insinua tra le dolci colline arrivando fino alla città di Porto, il capoluogo (di cui parlerò prima o poi), da dove poi confluisce nelle acque dell'Atlantico.
La valle del Douro è una zona fertile e in cui è praticata la coltura della vite da duemila anni; coi suoi ettari di vigneti adagiati sui pendii è l’esempio più significativo di viticultura di montagna in Europa.
È stata una delle prime regioni viticole al mondo ad essere certificata per la qualità e nel 2001 l’UNESCO l' ha inserita nella lista del Patrimonio dell'umanità.
La valle del Douro è stata una delle prime zone vinicole al mondo ad essere certificata per qualità. - See more at: http://gustodivino.it/home-gusto-vino/la-valle-del-douro-e-il-vino-di-porto/massimiliano-montes/1581/#sthash.SyfBeGoH.dpuf
Alla fine del Medioevo furono i monaci circestensi a edificare ed organizzare molte delle quintas (tenute) ancora oggi esistenti sui pendii collinari più belli del fiume che costituiva la principale via di trasporto e comunicazione dell’epoca e permetteva alle merci di raggiungere la città di Porto a sua volta collegata alle principali rotte commerciali marittime europee.


I terrazzamenti (socalcos).
 

Lo strettissimo rapporto tra lavoro dell’uomo e il ricco territorio, dove sono presenti cento vitigni autoctoni sia bianchi che rossi, hanno contribuito alla nascita di uno dei vini fortificati più conosciuti nel mondo, o vinho do Porto. Si dice che la sua origine venga dalle spedizioni oltreoceano, quando le navi, per rallegrare l'equipaggio nelle lunghe traversate, conservavano il vino in barili posti in stiva dove l'alta temperatura era deleteria per la sua manutenzione.
Venne allora recuperata la tradizione già esistente tra i monaci dei conventi di aggiungere alcol etilico al liquame imbevibile per aumentarne la gradazione, e magicamente la cosa non solo funzionò, ma produsse anche una bevanda gradevole al consumo.
Per chi volesse approfondire le tecniche di produzione del vinho do Porto rimando a questo dettagliato articolo.

Impressioni di luce sul fiume Douro
Colori d'autunno

Tradizionalmente il Porto è frutto di un assemblaggio di uve provenienti da diversi vigneti, vinificate con tecniche differenti, e di diverse annate; ma recentemente si utilizza anche il metodo “Quinta unica”, ovvero con uve proveniente da una sola tenuta - See more at: http://gustodivino.it/home-gusto-vino/la-valle-del-douro-e-il-vino-di-porto/massimiliano-montes/1581/#sthash.SyfBeGoH.dpuf

Comunque la regione produce tanti altri vini buonissimi che meritano di essere conosciuti e amati. Fatevi sotto, dunque, se passate di qua.
Ma non è mica tutto vino, anche se noi siamo tendenti all'avvinazzamento facile.

Il Nord del Portogallo è una regione affascinante e "gotica", dove piove molto e spesso, dove il bianco e i colori del Sud lasciano il posto al grigio dello scisto, all'odore delle foglie bagnate dei boschi e dei ciottoli in strada, a venditori di castagne che si muovono su moto vintage.
Dove i paesini custodiscono gelosamente i loro tesori architettonici e gastronomici. Bisogna andarseli a cercare, e ogni volta la scoperta ripaga!

Tetti di Lamego
Pannello di azulejos a tema in una stazione di treni
La vista dalla camera della nostra piccola quinta
Percorsi rurali
Castagne vintage


Può anche capitare che il Primo Novembre passi per delle vie dove vedi grandi folle giungere da ogni lato e accalcarsi davanti ad una stamberga. Capisci subito che si tratta di una festa o un festino mangereccio e allora ti fermi perché vuoi saperne di piú.
E ti ritrovi catapultato in una dimensione parallela dove alle dieci di mattina in una stanza abili macellai preparano bistecche da quarti di maiale e nell'altra persino bimbi insospettabili consumano con avidità la loro costoletta appena arrostita. E chiedi spiegazioni, e ti dicono che si celebra così il Primo Novembre, con la mattanza del maiale e l'orgia alimentare collettiva.

Tutti in fila per la carne e la zuppa


E no, non ce la puoi fare a quell'ora.
Ma l'occhio ti cade sulle damigiane di vino.
Lo vendono sfuso ad un euro al litro. Non puoi resistere e te ne fai riempire felice una bottiglia precaria con tappo precario che si va ad aggiungere alla cassa che già è parcheggiata nel bagagliaio dell'auto.

E riparti un po' a malincuore, lasciandoti alle spalle nuvole di fumo di fuoco e facce rosse ebbre di vita, cuori semplici che festeggiano a modo loro il ciclo delle stagioni.




04/08/2013

La musica di Lisbona

Una sera di Giugno del 2005. 
Mentre la mia tesi attende di essere completata in un computer di una scrivania bolognese (mi sarei laureata a Dicembre) mi trovo agli estremi occidentali d'Europa in un posto dove un pianista suona musiche di Monk appositamente per due ospiti speciali. Quei due siamo io e mrT, e ci siamo imbattuti nel locale vagando senza una meta per i vicoli di Alfama. 

Già da quell' ormai lontano ma indimenticabile viaggio capii che Lisbona è meticcia, sa di Africa e d'America, è improvvisazione, sincope, guizzo improvviso, è una nota trascinata, sapore di stanze buie riscaldate dai respiri umidi là dentro, bagliore accecante di cristalli di luce là fuori, preghiera antica delle donne che aspettano i marinai salpati per terre lontane, è la festa del ritorno a casa.
In una parola, è jazz. 

Ho già scritto il mio personale perché. Riferendomi invece strettamente alla scena  musicale, posso dire molto altro.
Ad esempio, da un'anima blue e dalla passione di alcuni giovani lisboeti è nata l'etichetta indipendente Clean Feed che è ormai diventata riferimento per molto jazz contemporaneo in tutto il mondo. Lo storico posto da dove tutto iniziò nel 2001 per me è luogo di venerazione ammirata perché i proprietari sono stati capaci in pochi anni di creare un piccolo miracolo. E senza montarsi la testa: adesso hanno trasformato lo store in un posto dov'è possibile ancora bere birra ad un euro e ascoltare concerti dal vivo senza sborsare un soldo.

Innumerevoli poi sono le iniziative musicali jazz presenti in città durante l'anno.
L'autunno e l' inverno vedono fiorire i festival nei teatri e negli auditori, nonché all' Hot Clube, un autentico jazz club -tra i più antichi d'Europa- dove si sta pigiati nottetempo soltanto per ascoltare musica. 
E bere birra ad un euro.
La primavera e l'estate sono ovviamente le regine degli spazi all'aria aperta: grandi e piccoli nomi si susseguono sui palchi cittadini, ed è sempre una festa parteciparvi. 
Perché la città risuona della musica di cui è fatta.

L'estate è il momento di  OutJazz: da Maggio a Settembre ogni domenica pomeriggio un parco pubblico (che cambia ogni mese) offre un'ora di musica completamente gratuita in un'atmosfera rilassata e allegra.
Questo mese è il turno anche di Jazz em Agosto e stasera vado a sentire l'eclettico John Zorn che suona con gli Electric Masada, di cui fa parte uno dei miei chitarristi preferiti, Marc Ribot, autore di quegli inconfondibili riff che si sentono ad esempio in molti pezzi dello zio Tom (Waits) e Vinicio Capossela.



Arriva un bel concerto dopo l'incredibile giornata di ieri, trascorsa su una spiaggia nascosta trovata per caso dopo aver lasciato l'auto tra gli alberi, il nostro Big Sur atlantico. 


Tutto questo è musica.








Aggiornamento post concerto.
John Zorn and Electric Masada sono una delle cose più interessanti e divertenti che abbia sentito negli ultimi anni. Definirli con un genere sarebbe arduo e riduttivo: sonorità yiddish ed orientali, ma anche elettroniche e rock, la compagine trasmette un'energia incredibile già dalle primissime note. 
Una formazione a tre percussioni, Zorn al sax e in veste di singolare direttore; Marc Ribot in gran forma, musicisti eclettici e divertiti. Impossibile non tenere alta l'attenzione dall'inizio alla fine, impossibile stare fermi.
Se suonano dalle vostre parti vi consiglio caldamente di andarli a vedere!










27/06/2013

Scatti corsari- I

Inauguro oggi questa rubrica che dedico ad alcuni scatti catturati in giro per il mondo e a cui tengo in maniera particolare per qualche motivo. È da un po' che pensavo di postare soltanto qualche foto senza scrivere tanto. L'idea è di richiamare alla memoria momenti piacevoli, divertenti o in cui la bellezza mi ha in qualche modo toccata.
Raramente vado a spulciare nelle foto che ho fatto in passato, ma per l'occasione ho avuto modo di rovistare in epoche che a volte sembrano remote; eppure le foto -o almeno, certune- hanno il potere di ricatapultarmi nel preciso istante in cui si son fatte trovare.



Di Milano mi resta addosso l'aria umida di Novembre, quell'aria che si appiccica alle ossa e sembra volerti dire che non ti scorderai facilmente di quella città ammaliante e contraddittoria, plateale eppure intima, metropoli nello stile, quasi un villaggio nelle botteghe e nei caffè delle vie pedonali ricoperte di sanpietrini e di bici. 
I vicoli stretti e silenziosi in bianco e nero percorsi lontano dalle piazze affollate il Sabato, l'esplosione improvvisa di colore dei palazzi, il parco d'autunno esplorato insieme ad una piccola meraviglia di neanche tre mesi di vita.










Milano è un concerto, la prima volta di Arciuli alla Scala vista con un amico venuto a trovarci, è sentire quelle note riempire la sala e poi cadere a terra, dopo aver volteggiato nell'aria su fogli bianchi impazziti.








È uscire a camminare tra i profili del tram sotto una pioggia sottile, e sentire che a volte anche la nebbia sa scaldare incredibilmente.














16/06/2013

Un'amicizia italo-luso-nipponica

Sono state settimane pesanti, spero siano alle spalle.
Ieri un tocco di leggerezza è venuto come una boccata d'aria fresca dalla Festa del Giappone che si organizza in città ormai da qualche anno, proprio nel giardino giapponese non molto lontano da casa mia. Mi ha offerto parecchi spunti e smosso ricordi, perciò sarà un post lunghetto, ma è tanto che non scrivo, imploro pietà!

Quest'anno ricorre il 470º anniversario dell'amicizia tra Portogallo e Giappone. Sbirciando qua e là tra i vari banchetti della festa ho avuto modo di approfondire certe cose sulla storia dei rapporti tra i due Paesi.
Dopo la conquista di Goa e Malacca (in India e Malesia) nel 1510, il Portogallo premeva lungo le coste cinesi per stabilire basi commerciali ed insediamenti che consolidassero le presenze portoghesi nelle Indie orientali. Nel 1543 il Portogallo fu il primo Paese europeo a raggiungere il Giappone, pare per caso, in balia delle correnti, per poi ottenere nel giro di qualche decennio la base di Nagasaki. 
Nel frattempo, formalizzato anche l'insediamento a Macao avallato dalla dinastia Ming nel 1557, il commercio decollava, e floridi erano anche gli scambi culturali.
Apro una breve parentesi. Vorrei ricordare come ad esempio il té (in portoghese chá, che viene dall'assonante parola in mandarino) venne introdotto in Europa proprio dai portoghesi e raggiunse l'Inghilterra tramite la regina Catarina di Braganza che soleva intrattenere le cortigiane con la deliziosa ed esotica bevanda... onde evitare che spendessero quelle ore tutte col re Carlo II, noto dongiovanni.

I rapporti commerciali col Giappone risultarono stretegici: il commercio con la Cina, essenziale per la sopravvivenza dell'arcipelago, era praticamente azzerato dall'embargo decretato ai giapponesi dopo ripetuti episodi di pirateria. I portoghesi arrivarono al momento giusto per proporsi come intermediari commerciali tra Giappone, Cina e Corea, dando inizio al cosiddetto "periodo del commercio Nanban" che andò avanti fino al 1641, anno della promulgazione del sakoku, ossia della chiusura delle frontiere che decretò l'espulsione degli europei dall'arcipelago, soprattutto per cercare di proteggerlo dall'opera di evangelizzazione cominciata proprio dai portoghesi, vista come una minaccia alla stabilità dello shogunato.
Nanban vuol dire barbaro meridionale: per i giapponesi i visitatori dovevano apparire davvero poco sofisticati; del resto i resoconti di Fernão Pinto, lo scrittore e viaggiatore portoghese che narrava le sue imprese nelle Indie, parlavano del Giappone come di una nazione ricca di bellezze e risorse naturali, abitata da uomini e donne di bell'aspetto, dai costumi sobri ma eleganti.























Così ecco spiegato perché, curiosando tra i banchetti dedicati ai dolci (ovvio!), m'imbatto nel Kasutela che è proprio il pão de ló, una specie di pandispagna, che i giapponesi usano mangiare col té.
Scopro poi che diverse parole ancora in uso hanno origine lusa, come ad esempio tempura (tempero, condimento), botan (botão, bottone), kappa (capa, impermeabile), koppu (copo, bicchiere). Curiosando invece tra i banchetti dedicati ai manga il mio occhio cade su un libricino e non ho potuto resistere, da oggi è qui con noi, il fumetto numero 7 di Carletto il principe dei mostri (Kaibutsu-kun).























E mi son venuti in mente Hiroki e Serina, la coppia di Tokyo con cui abbiamo diviso alcuni mesi nella prima casa in quel di Siena. 
Lui era cantante lirico e si trovava in città per un corso all'Accademia musicale Chigiana, lei casalinga e approfittava della parentesi italiana per fare un corso di lingua.
Al loro arrivo ci riempirono di regalini: sottobicchieri di bambù, bacchette per mangiare, e poi durante il soggiorno ci regalarono il loro dvd de Il castello errante di Owl, bicchieri da vino, varie cartelline serigrafate con La grande onda di Hokusai.
Ricordo una serata passata insieme a vedere al pc un concerto di Hiroki che si cimentava con O' sole mio ed altre arie, tra l'altro con un'ottima pronuncia, frutto di grande applicazione; ricordo una volta che c'invitarono a cena e lei si struggeva dall'ansia perché temeva il nostro giudizio da italiani sulla cottura degli spaghetti (che per la cronaca, erano perfetti; meglio ancora il maiale cotto alla maniera giapponese che costituiva l'altro piatto). Il frigorifero era pieno di curiosi ed indecifrabili tubetti e bustine colorate, ed il té verde a tavola non mancava mai.
Conservo ancora tutto da qualche parte in Italia, nei miei scatoloni da nomade, insieme ai bigliettini in italiano che Serina e noi ci scambiavamo, sprezzanti della tecnologia del duemila, e che lasciavamo sul tavolo del soggiorno.
Quando se ne andarono gli regalammo un cesto di prodotti tipici delle nostre terre, -del genere soppressate e melanzane sott'olio- e Serina si trasformò di colpo in una fontana umana, emozionando tutti. 

Non ho mai visto una persona commuoversi così davanti ad un regalo.
Chissà se un giorno li rivedremo mai.


Lisbona, cala la sera



Dopo la festa, in cui ho dovuto rinunciare ad alcuni deliziosi dolcetti alla ciliegia perché c'era una fila di un'ora, siamo andati ad un arraial, una delle feste di quartiere che impazzano a Giugno (ne avevo parlato qui l'anno scorso).
Fila per la sardina anche lì, gettiamo la spugna e ci rechiamo in un altro quartiere dove abbiamo potuto mangiare le nostre sardine in santa pace.
Beh, non proprio. Nel giro di due minuti siamo stati letteralmente assaliti da alcuni bambini del quartiere che ci hanno venduto di tutto.
E così anche quest'anno abbiamo il nostro manjerico, dopo che il primo anno m'era miseramente seccato il giorno dopo per averlo toccato (la leggenda vuole che non si debbano toccarne le foglioline). 



Facciata adorna







Oggi il basilichino è ancora bello verde e arzillo, promette bene.







19/05/2013

Storie di azulejos e musiche creole

Torno finalmente a parlare di Lisbona (qui l' ultimo post a riguardo che avevo scritto secoli fa).
Ieri era la giornata internazionale dei musei. Aperture fino a notte, iniziative e mostre, tutto gratuito. Un'ottima occasione per andare al  Museo nazionale dell' Azulejo, situato nel cinquecentesco convento Madre de Deus nel quartiere omonimo (dal quale prese anche il nome il famoso gruppo fado-folk che molti ricorderanno per il ruolo da co-protagonista del Lisbon story di Wenders).
L'azulejo (in cui la j si pronuncia come nella parola francese bonjour, tanto per inciso, perché se ne sentono diverse "versioni") è la famosa piastrella decorata che adorna tutto il Portogallo.
azulejo moresco
L'origine è moresca, ma nel corso dei secoli, e soprattutto a partire dall'epoca barocca, qui si è andata affermando come arte caratteristica e peculiare, in cui i segni arabi hanno lasciato man mano il posto a motivi squisitamente locali e con tratti evidenti di contaminazione delle colonie d'oltremare. Fu infatti proprio con l'importazione delle ceramiche bianche e blu dalla Cina nel XVII secolo (il Portogallo aveva colonie anche a Macao) che si ebbe la sua diffusione nel tratto riconoscibilissimo. Le piastrelle cominciarono a comparire ovunque: giardini, chiese, palazzi, a raffigurare scene popolari, legate alla navigazione e alle conquiste di mare, di nobiltà o religiose. 


Dettaglio del pannello con palazzo andato distrutto.
Quando il quartiere della Baixa non esisteva.
Tra tutti spicca per importanza storiografica il pannello "Grande vista de Lisboa" (qui trovate un'immagine che può far rendere conto delle dimensioni) datato attorno al 1700 e che riprende quasi 15 Km di vista della città lungo il Tejo com'era prima del terribile terremoto del 1755, una catastrofe immane accompagnata da tsunami ed incendio che distrusse gran parte della città, che fu poi ricostruita ad opera del marchese Pombal (da cui l'aggettivo "pombalino" per designare quello stile architettonico seguente al disastro e il quartiere piano della "Baixa" con le sue vie ad angolo retto, secondo il gusto dell'epoca ).


Abbiamo speso una mezz'ora buona ad immaginare la Lisbona medievale e barocca, riconoscendo, con l'aiuto delle spiegazioni museali, i monumenti che sono ancora presenti nelle zone storiche, con un tocco di rimpianto per ciò che è andato perduto per sempre e con la curiosità di scoprire antichi quartieri ora trasformati (ad esempio il bairro do Mocambo che nel 1500 era il quartiere nero) o la localizzazione del nostro -che era un bucolico agglomerato di casine immerso nel verde delle colline-. 







Girando per i vari piani del museo il mio occhio è stato rapito da due raffigurazioni in particolare, entrambe del '600. La prima si chiama  "pannello satirico" e ritrae uno strano figuro intento a fare una siringa ad un poveraccio sotto lo sguardo interessato di donne e bambini...



ll secondo azulejo per me vince il primo premio. Si chiama "lo sposalizio della gallina" e ritrae una gallina che convola a nozze con un macaco in un regno popolato da macachi ed elefanti. 
Ho cercato notizie a riguardo e ho scoperto che è un azulejo il cui significato è quasi sicuramente allegorico ma sconosciuto (alcuni suppongono che la gallina sia una qualche regina). Curiosissima e divertente l'esotica mescolanza di animali!

Casamento da galinha, 1665.


Particolare della sposa in carrozza.


Nell'800 e nel '900 gli azulejos sono diventati sempre più decorativi, ricoprendo spesso le facciate dei palazzi e delle stazioni della metropolitana, grazie ad esempio di artisti come Maria Keil (di metro e palazzi parlerò un'altra volta, perché meritano un discorso a parte).
Insomma, fare un giro nel Museu do Azulejo è davvero immergersi nella Lisbona del passato e del presente, perché vi si ritrovano temi e motivi riscontrabili passeggiando anche distrattamente per la città, dove ad ogni angolo ogni ceramica ha qualcosa da raccontare o un po' di bellezza da regalare.


Dopo la mostra abbiamo assistito ad una messa creola cantata nella chiesa del convento con pausa panino nelle fantastiche cucine (dove gli azulejos, va da sé, sono tutti a tema mangereccio).


               




La serata s'è chiusa in bellezza con un concerto di mornas e coladeras capoverdiane nel chiostro.
Qui uno dei pezzi che abbiamo ascoltato, "Angola" della grande Cesária Évora.
Tutti a battere le mani al suo ritmo irresistibile.

Adoro il creolo portoghese di Cabo Verde.












  

10/10/2012

Women are heroes

Ieri sera sono andata finalmente a vedere il film-documentario "Women are heroes" di JR, un giovane fotografo-street artist-attivista parigino che, partendo dalla banlieux della sua città, è arrivato a portare le sue opere sui muri di tutto il mondo. 
Dopo diversi lavori interessanti (ad esempio il FaceToFace in Israele e Palestina), nel 2007 inizia a lavorare ad un progetto più vasto che lo porta in giro dal Brasile alla Cambogia e all'India, passando per Sierra Leone, Kenya, Liberia e Sudan, allo scopo di conoscere e fotografare quelle realtà ai margini, di cui si parla al massimo in circostanze tragiche.
In "Women are heroes" JR ci parla attraverso gli occhi delle donne che vivono in quei luoghi dimenticati, che con la sofferenza di madri e la loro grande tenacia lottano quotidianamente perché qualcosa cambi nel loro mondo; quelle donne ci raccontano le loro storie e regalano volti e sorrisi a chi vorrà raccoglierli e diffonderli. Ne vengono fuori dei ritratti meravigliosi, alcuni indimenticabili, che non vi anticipo: vi dico solo che vale davvero la pena conoscerli.

Sono tutte storie di mondi difficili, con i loro ampi squarci di umanità che scorre tra le lamiere e i muri di mattoni improvvisati, e sono testimonianze drammatiche che non sfociano mai nel pietismo. Parole lucide, le loro, e le lacrime, quando sgorgano, sono calde e sanno di un'interiorità carica e piena, di una forte volontà di condividere, di migliorarsi, di credere in una possibilità di vita anche dove la morte si tocca con mano. In fondo c'è sempre la speranza che qualcosa possa cambiare, mediante l'impegno profuso ogni giorno nell'educazione dei propri figli, col lavoro -per quanto umile possa essere- e con la lotta ai piccoli e grandi abusi di cui sono vittime ogni giorno.
Più volte mi sono emozionata durante la visione!

Ecco il trailer in versione ridotta.


Il progetto di JR nasce e trae completo supporto dall'incontro e dalla stretta collaborazione con la gente del posto, che, per darsi visibilità, si dimostra ben disponibile ad aiutarlo nell'impresa di ricoprire muri e tetti  delle città (emblematico per me il caso di Kibera in Kenya, vedere per credere).
Alla fine quei volti e quegli occhi vengono fotografati da vicino e finiscono per illuminare e ridisegnare i luoghi cui appartengono...e non solo ormai, perché il progetto è diventato anche una mostra itinerante ed un libro.

Così si presentava la favela Morro da Providência di Rio de Janeiro dopo il "ritocco".




Andate a vedere questo film (su YouTube c'è anche in versione integrale, ma solo con sottotitoli in francese), o le mostre relative, se vi capita.  Penso sia importante che queste voci non cadano nell'oblio, e sono sicura che quegli occhi che scorrono persino sui treni in corsa tra gli slum vi resteranno impressi a lungo, perché sono così profondi che sembrano abbracciare tutta la terra.






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