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27/11/2013

Mudança e altri viaggi

Eccomi qua, dopo seimila Km percorsi in aereo, piedi, autobus, treno, auto tra cinque città (Lisbona, Bologna, Orte, Viterbo, Roma) e tanti amici, vecchi e nuovi.
Un viaggio di lavoro in quel di Bologna si trasforma in un'occasione per riabbracciare tante persone che sono parte importante della mia vita.
Vi ringrazio tutti, amici miei, uno per uno.
Ringrazio chi è venuto da lontano anche solo per vedermi poche ore, chi mi ha ospitato felice nella sua casa nel solito quartiere bolognese e mi ha portato a fare colazione al solito bar; chi m'è venuto a prendere dopo il lavoro per farmi conoscere il suo gioiello di un anno e mezzo (col quale siamo diventati subito amici!), chi mi ha reso partecipe delle sue difficoltà e delle sue gioie davanti all'ennesimo ginseng, chi è stato troppo breve ci rifaremo, chi ho abbracciato in carne ed ossa dopo un anno intenso di web; chi mi è venuto a prendere all'ennesima stazione con un vento gelido, chi mi ha fatto una sorpresa (mia madre), chi è sempre mia sorella soprattutto quando ci battibecchiamo.

Un brindisi per mrT, il grande assente

Ritorno a Lisbona la sera tardi, e il giorno dopo trasloco quintali di roba a casa nuova. Una faticaccia per il corpo, ma almeno col cuore pieno.
La prima cena consiste in una piadina con stracchino (ne ho scoperto uno buonissimo ultracremoso che fanno a Sorano) e culatello su un tavolo di fortuna infilato tra le macerie. Un po' di gratifica anche per il corpo.




Stamattina stremata mi sveglio così. L'alba entra prorompente dalle finestre della cucina.
"Mudança". Dal verbo "mudar", che significa anche cambiare.
Rende molto piú di "trasloco", che rimanda a qualcosa di puramente fisico.


Un'altra lunga giornata mi aspetta, eppure questa luce mi dà una forza nuova.








06/05/2012

Immagini dall'Italia 2: la vita agreste

Alcuni giorni nell'antica Lucania, in un territorio contadino ed in parte ancora autentico, dove il quotidiano è fatto davvero di cose piccole e semplici, direi essenziali.
Qui solo un evento terribile ha potuto perturbarne l'essenza: il terremoto del 1980, che spazzò via interi luoghi, cancellò storie, vite,  e cambiò anche le persone, rappresentando proprio uno spartiacque nella storia di chi l'ha vissuto, ma anche di chi l'ha conosciuto solo dai racconti. Esiste infatti un paese "prima" e "dopo" il terremoto, e io mi son fatta l'idea che doveva essere tutto più bello prima. Penso sempre a come sarebbero oggi queste terre se non ci fosse stato lui, perché dove non è arrivata la natura, ci ha pensato l'uomo a saldare il conto.




Io ho solo vaghi e lontani ricordi di un'epoca pre-ricostruzione, in cui anche le case sventrate mi sembravano più vere e più vive, e poi avevano delle cose da raccontare, ormai destinate a perdersi per sempre, perché qui la memoria non è stata preservata, ma si è scelto di cancellarla, forse perché rendeva poco.
E questo faccio davvero fatica ad accettarlo.
Però... sono i luoghi in cui sono cresciuta, e  tutto porta il sapore di anni spensierati e bellissimi, nonostante mi siano sempre stati molto stretti certi modi di pensare e di agire -e questa dev'essere certo stata un' ulteriore ragione che mi ha spinto ad andare via. Anche se a diciotto anni uno non sempre lo sa.

Rincontro per caso nelle strade i volti di persone che conosco da sempre, che ci sono sempre stati, personaggi che popolano i ricordi d'infanzia e dell'adolescenza. Qui i vicini sono come una specie di famiglia allargata, di cui si conoscono vizi e virtù.  Uscendo di casa so che mi fermerò tante volte per salutare qualcuno, o al contrario so bene da dove non passare per evitare incontri poco graditi. 
Rivedere quei visi è per me come rivivere tutta la vita in maniera acceleratissima e condensata, e mi rendo conto che più passa il tempo e più quello che mi colpisce maggiormente sono proprio queste persone, queste figure testimoni di un passato che esiste e che sa chi sono io.
E poi ci sono i paesaggi: a valle, la pianura coi suoi campi coltivati, e poi le colline e le viti, ed infine i rassicuranti Alburni laggiù, cornici immobili ed imponenti che quando li vedo so subito che sono a casa.




Quindi la casa vera, di cui lascio alcune immagini: il ripostiglio-cantina, l'amore felino spesso maldestro ma così indispensabile, e i ravioli di ricotta in attesa di essere cucinati, capolavoro della mamma.




Quando devo ripartire è sempre dura lasciare questi luoghi, da cui una volta sono fuggita, da cui mi sento distante, a cui mi sento irrimediabilmente vicina.




03/05/2012

Immagini dall'Italia 1: gente di mare

Ed eccomi approdata ancora una volta alle sponde dell' Atlantico.
Accolta all'atterraggio da una spessissima coltre di nubi dense e scure che mi hanno privata della bellissima nonché attesa vista della foce del Tejo e della città che si staglia sul blu. 
Mentre ero al finestrino ho pensato ad un viaggiatore che, atterrando a Lisbona, non riesce a godere di quei colori da lassù: una grossa mancanza davvero. 
Per chi vi è già abituato invece, una dura privazione.
Il ritorno è intriso di stordimento, anche se già ieri sera poter tornare a parlare portoghese mi ha fatto sentire bene.

Ho la mente ed il cuore colmi di tanti preziosi attimi che proprio perché son rari acquistano tutto un altro sapore. 
Il sapore delle cose vissute, in perenne attesa di essere riscoperte.
Ho rubato qualche immagine mentre non mi stancavo di girare per le strade, per cogliere gli attimi di mare a Taranto, sullo Jonio, a Polignano, sull'Adriatico e a Salerno e Cetara, sul mio Tirreno.

Mi è mancato questo spazio e mi siete mancati tutti. Perciò vi porto con me nei miei luoghi.

Tripudio di colori, di profumi e di suoni al mercato di Taranto, in cui mi sono imbattuta per caso una mattina, cercando una libreria che non era in centro, e avventurandomi a piedi per rioni poco battuti.



Il bianco e il blu di Polignano, dove ho trascorso il 25 Aprile. 
Un paesino incastonato nella roccia a picco sul mare, un dedalo stupendo di stradine spazzate dal vento di salsedine. Un pranzo superlativo, di cui parlerò nel post dedicato. Una giornata indimenticabile con la mia famiglia siculo-pugliese.




Salerno: è sempre un piacere tornarci. Mi ricordo di quando al liceo marinavo le lezioni per andarci, anche se si poteva restare solo due ore, in modo da essere a casa in orario e non destare sospetti. Ci andavo per comprare i CD da Disclan e per fare un giro sul  lungomare. Ci andavo perché era la città quando la mia vita  era in paese.
Allora credo che non avrei mai notato le buste piene di cipolle e patate appese sotto agli archi nei vicoli del centro storico. 




Cetara: una perla della costiera amalfitana a pochi passi da Salerno. Ci mancavo da alcuni anni, ed è stato bello rivederla. Sentire l'odore dei limoni salire dalle terrazze sulle montagne a picco sul mare, comprare le acciughe sott'olio più buone del mondo e poltrire sulla spiaggetta sulla quale affacciano dei palazzi stupendi. La giornata era bellissima e c'era gente che faceva il bagno in uno scenario incantevole. E poi io ero con la mia amica di sempre. Il momento perfetto, che avrei voluto prolungare all' infinito.





Davanti a tutto quello splendore mi son venuti in mente i celebri versi che tanto ho amato:

"Homme libre, toujours tu chériras la mer!"

(da "L'homme et la mer", C. Baudelaire)







20/04/2012

A volte ritornano

Ed eccomi (quasi) pronta per partire. Domani sarò in viaggio, l'interminabile viaggio verso l'Italia. Eh sì, raggiungere il sud da qua non è affatto banale, e l'impresa richiede uno sforzo epico:  quasi dodici ore (!), compreso un cambio di aereo, un bis al check-in e il tragitto in auto dall'aeroporto a casa, grazie a qualcuno che mi verrà a raccattare quando sarò atterrata. 
Do-di-ci ore muovendomi per lo più in aereo. Abitassi a New York ci metterei uguale. Chissà quand'è che si decideranno a rendersi conto che l'Italia non finisce a Roma...ma comunque.

Sono più di otto mesi che non torno a casa, anzi, alle case, e mi sembra davvero passata un'eternità. È la prima volta che resto così a lungo senza tornare. Eppure so che una volta stesa tra quelle lenzuola, quando la mia vita mi apparirà sfocata e l'oceano un miraggio lontanissimo, tutto sarà come l'ho lasciato otto mesi fa,  o come quando me ne sono andata via una vita fa.
Tutto è lì immobile, ma poi guardando meglio non è vero, è in fondo diverso da come me lo ricordo.
E' troppo difficile per me guardare i posti in cui sono cresciuta con gli occhi distaccati di chi non ci vive, ed allo stesso tempo sento che la coscienza del confine tra ricordo e realtà è una cosa un po' vaga alla quale in certi casi non vale la pena dar peso. Meglio lasciarsi andare seguendo il momento, e quindi son pronta ad arrabbiarmi ancora per le stesse mille cose che non vanno più una nuova che ancora non sapevo, a sorprendermi per qualcosa che non mi sarei mai aspettata, a sentirmi sempre combattuta tra il volermene andare quando arrivo e il voler restare quando riparto.

Quindi vado, ritorno. Solo fino ad oggi correvo tra lavoro, lezioni di portoghese, incontri con le amiche, panni da raccogliere, cene da riscaldare, maltempo che non vai via e altre amenità. 
Per una decina  di giorni vivrò in una dimensione rallentata e parallela, a non fare nulla che non sia essere sospesa un po' qua in Puglia e un po' là in Campania, in un mondo remoto che già si avvicina.

E avrò anche una connessione internet ballerina ed improbabile.

Lascio Lisbona con un'immagine degli ultimi giorni, come avevo fatto l'ultima volta che ero andata in Italia.
A presto!










17/04/2012

Hit by air: essere italiani fa male alla salute

Questi giorni freschini di tempo incerto -della serie scene melodrammatiche davanti all'armadio per vestirsi- mi fanno pensare ad un articolo di Dany Mitzman, giornalista della BBC residente da anni a Bologna che qualche mese fa scrisse qui, in maniera scherzosa ma non troppo, dell'attitudine tutta italiana ad inventarsi malanni, specie nella stagione invernale, fino a rasentare l'ipocondria. 
Essendo inglese, lei rimane sempre stupita dalla profonda conoscenza dell'anatomia che gli italiani dimostrano. Da aggiungere che i siciliani hanno addirittura una nomenclatura tutta loro (vedi immagine sotto), ma son dettagli.
La cosa importante è che da ciò, secondo la Mitzman, scaturirebbero una serie di acciacchi sconosciuti ai britannici: sappiamo ad esempio distinguere una colite da un mal di stomaco, un mal di fegato, o asseriamo di avere "la cervicale", o di aver subito un "colpo d'aria" -espressione che a quanto pare è intraducibile in inglese. E non sottovalutiamo affatto l'importanza del "cambio di stagione". 
Ché, diciamolo, noi sappiamo benissimo quanto ci costi in termini di sonnolenza e fiacchezza generale! E quindi giù di vitamine e sali minerali e cure ricostituenti.


Preso qui


Ok. Lo ammetto. Esiste da noi un problema serio, che è l'automedicazione e l'abuso di farmaci perpetrato da generazioni e generazioni. A volte anche io quando sono in Italia penso di essere circondata da maniaci del malanno e del rimedio. Gente che vive con la borsa piena di farmaci, che se si sposta si trascina in valigia una busta piena delle pasticche più improbabili, dall'antibiotico al siero antipuntura di ape, orde di fan dei poteri magico-miracolosi dell'aspirina "stasera non mi sento tanto bene, prendo un'aspirina e vado a letto, domani mi sveglio come nuovo". E, per combattere la paura del colpo d'aria, bambini imbacuccati ed imbustati nei passeggini ad effetto serra, persone che vanno in giro col passamontagna, che li devi riconoscere dagli occhi o dal colore del passamontagna. 

Non sono mai stata una gran consumatrice di farmaci, anzi, li prendo solo in momenti di disperazione, e tutto sommato me la cavo: facendo corna, toccando ferro e invocando i riti scaramantici delle fattucchiere del Vesuvio, ho una salute dignitosa. Non mi becco un'influenza da quando andavo alle medie e mia madre mi diceva che erano "febbri di crescita", sulla cui esistenza non ho mai indagato, anche se ci sono testimoni pronti a giurare che al termine di quelle febbri ogni volta il pigiama mi andava sempre più corto.
Però. Quando vedo americani e nordeuropei andare in giro in infradito e shorts a Dicembre, permettetemi, ma anche nell'impeto meno nazionalista del secolo, scordandomi tutto quel poco che so di anatomia del corpo umano, non posso fare a meno di pensare che stiano di fuori. Stessa cosa dicasi per i portoghesi impavidi che sfoggiano capelli bagnati alla fermata dell'autobus alle 7 di mattina, con la nebbia negli occhi e la brina in testa.

E non sono particolarmente freddolosa, anche se ahimè la sindrome del piedino ibernato specie a letto la sera colpisce anche me, non soffro di cervicale -anche se per la cattiva postura al pc prima o poi mi spunterà la gobba definitiva- e non indosso la maglia della salute -ma ricordo che da piccola erano botte di maglie di lana lunghe come sottovesti, che si faceva una fatica immane ad infilarle nelle calze ad altezza ascellare. 
Però. Professo in questa sede la mia fede nel colpo d'aria. Ci credo. Ho visto persone accasciarsi pietosamente, colpite dall'aria dopo un pranzo lungo e difficile; corpi esanimi e colli torti dopo che l'aria aveva colpito ancora, tutti caduti come mosche, abbattuti dai feroci colpi assestati dal nemico; schiene incriccate e cervicali che si risvegliano agguerrite.
Con me si vede che l'aria predilige l'occhio, perché sennò come si spiega quell'occhio rosso e dolorante che ogni tanto mi dà il buongiorno la mattina allo specchio e che mi fa sentire menomata per qualche ora per poi tornare normale? Anche se non ho mai capito com'è che st'aria mi colpisca di notte, visto che dormo con le finestre chiuse.
Sarà che sono miope dall'età di sette teneri anni e che conosco in dettaglio persino la mia retina, avendola fotografata per evidenziarne eventuali assottigliamenti sospetti? Dopo che mi avevano folgorato l'iride con un collirio dilatante -roba da restare abbagliati dalla lucina del flash per 10 ore?

Chissà, forse davvero, come fa intendere Mitzman, ignoranti is better.









24/03/2012

La mia casa è dove sono: Bologna-Firenze e ritorno.

Gli ultimi dieci giorni sono molto movimentati da queste parti. 
Per motivi di lavoro ho dovuto organizzare in fretta e furia una capatina in Italia e precisamente a Firenze, con aereo  che atterrava e ripartiva da Bologna. 
In questa città ho trascorso gli anni unici dell'Università e ho molti amici meravigliosi; a Firenze non ci ho mai vissuto, ma un tempo (che mi pare un secolo fa) ero a due passi in quel di Siena, tra colline e casolari lussuriosi di verde. 
E proprio a Firenze ci sono altre due mie amiche: una con cui ho condiviso per molto tempo chilometri di portici bolognesi, e un'altra che ora ci vive, serbando nel cuore l'odore ed il colore di Lisbona, dove l'ho fortunatamente conosciuta.
Sono stati giorni intensi di lavoro proficuo, di fatica, ma anche di emozioni.
Nel rivedere certi luoghi m'è sembrato di non averli lasciati mai. Del resto come potrebbe essere diversamente, quando si è certi luoghi?





Al mio arrivo alla stazione di Bologna un mio amico mi è venuto a salutare portando il pranzo prodotto con le sue manine: scaccia ragusana al sugo e formaggio. Buonissima! 
Per la cronaca, al ritorno una provola ragusana è finita anche nella mia valigia.




Indovina cosa ti cucino: un delizioso foglietto con elenco degli ingredienti stilato appositamente per una cena fiorentina in mio onore!

Indovinate se ho indovinato...
E comunque...come mai tutti mi prendono per la gola?!


Firenze, il panorama tipico visto dal posto in cui mi trovavo. Quante scorazzate per quelle colline mi sono venute in mente tutte insieme! 
E poi la pausa pranzo in una Casa del Popolo, di quelle che andavano negli anni '70 e che ancora si trovano in Emilia e in Toscana.
Quelle della  tombola e del famoso dibattito di "Berlinguer ti voglio bene".















Stazione di Bologna: il rientro si avvicina. L'ultima sera in pizzeria per salutare tutti (in centro, per "le strade della mia vita"), con arancia buonissima direttamente dagli alberi di un amico che se le fa mandare dalla Sicilia e un Amaro del Capo che mette a posto tutta la stanchezza  residua.  




I rassicuranti portici bolognesi: quanti segreti sanno custodire, quante storie potrebbero raccontare...

                                                         



Poi, di già, il tempo di tornare. 




Outra vez te revejo, Lisboa e Tejo e tudo-,
transeunte inútil de ti e de mim,
estrangeiro aqui como em toda a parte,
casual na vida como na alma,
fantasma a errar em salas de recordações,
ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
no castelo maldito de ter que viver...

Lisboa Revisitada, Álvaro de Campos (F Pessoa).
(Qui  trovate quest'ultimo pezzo in una traduzione di A. Tabucchi).




La vista del Tejo in un pomeriggio caldo e azzurro mentre trascino a stento le valigie negli ultimi metri verso casa.







07/03/2012

Portogallo in 5 minuti: scene dall'Italia

Lo spunto per questo post viene dal (noioso) programma televisivo Ballarò.
Se per caso capita che una sera parlino di crisi ed esordiscano con un servizio sul Portogallo, allora stai certo che dall'Italia ci sarà prontamente qualcuno a dirtelo e a farti domande, impressionato dalle parole tragiche appena sentite (per la cronaca, quel qualcuno ieri sera ha significato amica, sorella e famiglia di mr T). Il servizio incriminato lo pubblico per comodità. Anche se non è un granché, anzi, direi che sfiora il pessimo, dura pochi minuti -meno di cinque-, quindi potreste fare lo sforzo (lo so, immane!) di guardarlo. Oppure, se vi fidate di me passate oltre e leggete direttamente più sotto.


                            



Ieri sera, prim'ancora di vedere il servizio, intuendo già cosa potesse essere passato, mi sono agitata e ho colto l'occasione per fare delle considerazioni che metterò nero su bianco anche qua.
Io ho già parlato a modo mio della crisi in questo blog, qui. Era il periodo natalizio e l'atmosfera era austera (cosa che tra l'altro ho profondamente apprezzato, pensando alle nostre città con tanti problemi dove si spendono milioni di euro ogni anno per le luci natalizie, invece di, ad esempio, pagare i trasporti pubblici e di fatto lasciando i cittadini a piedi, oppure invece di investire in teatri e cultura).

Ma torniamo al "servizio". Per quanto breve, dice delle cose precise e dirette. Si mostrano i pensionati dei paesini con pensioni da 300 euro che muoiono letteralmente perché non hanno  soldi per pagarsi le ambulanze.  Si parlicchia di difficoltà a gestire il credito e della disoccupazione giovanile.
I problemi qua ci sono e sono grandi, e risalgono a ben prima della crisi recente. La povertà e gli squilibri sociali qui sono pesanti eredità di un passato di chiusura salazariana, ma non solo, sono anche sicuramente il frutto di un mal governo successivo e di una forma di indolenza diffusa.
Ok. Ma fare quel tipo di servizio mi pare l'atteggiamento propagandistico proprio di chi vuole rincuorarsi della situazione domestica guardando le magagne altrove, che, oh sì, sono ben più gravi.
Penso al fatto che nei paesini del sud Italia, posti di cui si parla poco o nulla, ci sono milioni di pensionati che vanno avanti con la minima (mia nonna in primis), e che quindi non se la passano di certo meglio dei vecchi portoghesi. Anche loro hanno l'orto, quelle immagini non mi impressionano, anzi non mi dicono nulla. E c'è di più: loro (mia nonna in primis) i prodotti dell'orto li vanno ancora a vendere agli agriturismi locali, a 86 anni, per rimpolpare la magrissima pensione. 
Andate ad intervistare anche loro! Andate a leggere nei loro volti rugosi e nelle loro mani che sanno di terra: i paesi che muoiono ce li abbiamo in casa, non c'è bisogno di scomodare l'Europa!

Poi veniamo ad un altro punto cruciale: la disoccupazione giovanile. Innanzitutto, dati alla mano, il problema è più grave in Italia che in Portogallo: ad esempio, lo dicono Il Sole 24 ore e The Economist. Ne parlavo proprio coi colleghi a pranzo qualche giorno fa.
Dati a parte, un fenomeno interessante che si verifica è che, nonostante la crisi, questo Paese riesca a richiamare un sacco di giovani da tutta Europa (ed oltre), cosa che non avviene in Italia! Perché?  Una possibile  risposta è che, oltre alla questione "filosofica" del vivere semplice, e se si apprezza la semplicità e la bellezza delle piccole cose qui ci si trova bene per forza, c'è il fatto pratico fondamentale che se vuoi lavorare qui un lavoro lo trovi, e, guarda un po', perbacco, ti pagano anche. Chiaro che non si può fare di tutto, ma per cominciare a scrivere le famose esperienze nel curriculum da qualche parte bisogna pur cominciare, possibilmente senza fare lo schiavo.
Il lavoro retribuito da noi non è mica tanto scontato, ormai. Ci sono eserciti di giovani che lavorano totalmente gratis, camuffati da stagisti, apprendisti, senza contare quelli totalmente o almeno in parte a nero... In più ora, nel pacchetto di legge sulle liberalizzazioni, hanno messo anche una norma che prevede solo un rimborso spese forfettario per i tirocinanti negli studi dei liberi professionisti (il panino della pausa pranzo e i mezzi pubblici, qualora fossero così fortunati da averli, per raggiungere il posto di lavoro). Un altro esercito in crescita, quello degli aspiranti notai, avvocati, commercialisti e via dicendo, che è come se non esistesse.

E infine...in cinque minuti non si poteva dire che nonostante la crisi questa città ha la forza di reinventarsi continuamente. Questa è una realtà bella e vera, di cui cerco di parlare per quanto posso, e non mi stancherò mai di farlo (data la mia nota indole di avvocato delle cause perse).

Insomma, tante cose meglio ometterle a Ballarò. Qua si muore di fame: sarà che invece in Italia son tutti con la panza piena e contenta? 
Amen!


24/12/2011

Aeroporti, ovvero terre di nessuno. Part I: in madrepatria

Aria di partenze ovunque: a lavoro, nella casella di mail, nelle strade intasate, nella blogosfera. Invece io per queste feste me ne resto qua, invoco una specie di legge del contrappasso personalizzata e mi metto a parlare di aeroporti. Così approfitto per farmi un viaggio..mentale.

Scena tratta da "Airplane!/L'aereo più pazzo del mondo"

Gli aeroporti sono per me un non-luogo per eccellenza, checché se ne dica sulla funzionalità e sull'integrazione col mondo esterno "reale". Entrare in aeroporto significa stare sospesi aspettando che arrivi il tuo turno, mentre ormai non sei nè di là nè di qua. Aspettare.
Fortuna che solitamente io calibro abbastanza bene gli orari per cercare di non dover attendere ore interminabili; tuttavia spesso capita di dover prendere coincidenze, ed a volte si tratta di attese lunghe mezza giornata.
E lì scatta l' insofferenza. Perché io, in aeroporto, non riesco né a leggere, né a scrivere, né a guardare un film. Al massimo posso ascoltare un po' di musica e dedicarmi ad uno dei miei hobbies preferiti: osservare fauna e habitat locali. Qualche volta ci scappa un mal di fegato, altre volte, quando sono in vena di ironie, anche qualche bella risata.
Inizio dunque la carrellata con gli aeroporti in cui sono stata su suolo italico. Da nord a sud, ne ho girati diversi: eccoli secondo me.

Roma Fiumicino ha tutte le sembianze di un ufficio INPS anni '70: se hai la disgrazia di partire in estate morirai di afa tra quelle mura e quei pavimenti plasticosi; è labirintico, sali, scendi, esci all'aria aperta, rientra, manco fosse una seduta di fitness. Non comunicano i cambi del gate dell'ultimo minuto (!) -e fanno spallucce se glielo fai notare cercando di mantenere la calma-, le suddette pareti plasticose sono adornate inutilmente da telefoni che dovrebbero essere collegati a numeri che forniscono informazioni, i baristi sbuffano impunemente alla richiesta dell'ennesimo maritozzo, e ciliegina sulla torta, è dotato dell'ottimo servizio di connessione con Roma centro consistente di due linee di treni: una, carissima ma diretta e decente, l'altra sì più accessibile ma, siccome prevede fermate intermedie in periferie desolate, diventa scenario di scippi e furti continui (la sottoscritta ne sa qualcosa).  Infatti al comune di Fiumicino hanno ben pensato di aprire uno sportello che emette carte d'identità express per i poveri malcapitati che devono prendere l'aereo. Lo so, sembra una presa per i fondelli. Lo è. Vintage.
Roma Ciampino: aeroporto nel mezzo del nulla, cioè della città di Ciampino, specialmente in estate quando si desertifica. Nelle notti di luna piena potresti anche iniziare ad ululare se ti trovi da quelle parti. Mejo de gnente.
Napoli Capodichino: la più grossa città del sud è dotata di un aeroporto ridicolo ed inadeguato, sia per struttura che per tratte in servizio. I gate sembrano la sala d'attesa del medico di famiglia (più volte ho avuto l'istinto di cercare il numerino che segnava il mio turno); se hai la fortuna di essere con qualcuno, puoi approfittare e fargli tenere la fila (pardon, quell'ammasso di gente alla rinfusa) e acquistare un ultimo souvenir presso i negozietti di mozzarelle di bufala presenti.
Oppure spruzzarsi a sbafo di acque coloniali della costiera, profumatissime, ricercatissime, carissime, un po' stridenti col tono dimesso del resto per la verità...ma vuoi mettere sapere di limone di Amalfi in sala d'attesa? Sciuè sciuè.
Bari, Brindisi, Alghero sono scali assolutamente anonimi, come molti degli aeroporti minori costruiti in Italia e diventati preda delle compagnie low cost (di cui sono assidua cliente trovando spesso ottime offerte). Sono scandalosamente isolati dal centro delle rispettive città; beh, se chiamate collegamenti degli autobus che passano ogni ora e che ci mettono 40 minuti per fare un tragitto che in macchina ne richiede 5, allora non avrete quasi nulla da ridire. Brutti ed impossibili. 
Milano Orio al SerioLinate e Malpensa: Orio al Serio, oltre ad essere particolarmente brutto, al punto di sembrare in alcune zone ancora in fase di completamento -della serie fili che escono alla rinfusa dai soffitti e pannelli in bilico- s'ammanta di poesia specie quando negli immensi campi attorno i contadini bergamaschi ci danno di letame.
Linate è comodo da raggiungere ed offre anche buone possibilità di parcheggio per chi dovesse arrivare in auto. Purtroppo è stato molto penalizzato da scelte politiche discutibili che sono andate appannaggio di Malpensa. Quest' ultimo dovrebbe essere la punta di diamante del traffico aereo del nord Italia, ma è davvero un hub deprimente (io però sono più pratica del terminal 2). E non è concepibile metterci tre quarti d'ora dall'uscita dell'aereo all'uscita dall'aeroporto (senza dover recuperare bagagli!). Una volta di notte per questo difetto non trascurabile stavo per perdere l'ultimo collegamento con la stazione centrale: mentre correvo sul tapis roulant m'immaginavo già spettralmente vagante tra un gate e l'altro fino all'alba. Si mettessero d'accordo.
Pisa e Firenze: il primo è vicinissimo alla stazione ferroviaria, con la quale è collegato da un buon servizio di treni.  Offre connessioni con molte città europee e persino con New York tramite volo diretto. A causa delle ridotte dimensioni è quasi sempre sovraffollato, tuttavia è uno scalo importante e comodo da raggiungere. Per quanto riguarda Firenze, lo dico sempre: la città ha dato il massimo nel '400 a livello edilizio: ora non si può pretendere molto dai suoi architetti ed ingegneri.
Ed anche a logistica non mi pare siano messi meglio: pochi voli, scalo minuscolo. Con un aeroporto internazionale come quello di Pisa a meno di un'ora di distanza ho il sospetto che sia in piedi solo per motivi politici. Non sarebbe mica l'unico, comunque. Storico derby, avanzano i pisani.
Bologna e Torino: li metto insieme perché sono aeroporti a misura d'uomo e funzionali, anche se non forniti di tantissime tratte, ma in espansione. Unica pecca, le esose richieste dei tassisti per accompagnarvici (molto meglio sfruttare gli autobus che passano dal centro). Non proprio delle gran bazze.

E mentre sento atterrare e decollare aerei sui cieli di Lisbona, termino qua il mio viaggio virtuale, e comincio a pensare a cosa comincerà a bollire in pentola tra qualche ora...
Buone partenze ed arrivi a tutti!




21/09/2011

Qualche autunno fa

Solo qualche autunno fa giravo per l'oltrepò pavese a scoprirne il fascino discreto. Colline dolci che si ergono improvvise nel mezzo della pianura infinita, dove l'occhio riesce a scorgere l'orizzonte e oltre. Da un lato il grande Po, dall'altro castelli e borghi di pietra immersi nei vigneti spogliati dei loro frutti, rossi e gialli.
L'autunno è struggente nei suoi toni caldi sulle foglie e sui rami secchi, sulle viti, sulle strade lasciate vuote dalle folle estive, nei paesi dove la vita ritorna immobile e uguale a se stessa, nell'aria che sa già di pioggia.

Ed io penso a quei colori densi di luce...e mi pare di sentire l'odore delle foglie bagnate.







24/08/2011

Stretta tra due mari

La Puglia. Una terra splendida stretta tra due mari: da un lato lo Jonio, dall'altro l' Adriatico.
La mia terza casa.
Taranto, città che si specchia sul mar Piccolo e sul mar Grande, mi accoglie un tramonto indimenticabile di un pomeriggio di Agosto. 
Giro tra i vicoli e le piazze della città vecchia, un isolotto struggente che si affaccia sul mar Piccolo, con la sua impronta araba, i palazzi in stile aragonese, le vestigia greche. Dell'antico splendore resta ben poco: il tempo e poi gli uomini con la loro scarsa memoria hanno consegnato questi luoghi all'oblio, ma il fascino è qualcosa che vince il tempo, e qui resta intatto.
Il centro nevralgico della città si è incredibilmente spostato aldilà del ponte girevole, nella parte ottocentesca, creando quasi una terra di nessuno da questa parte, dove anche gli stessi tarantini mettono piede raramente.
La mia fantasia la immagina  al tempo della civiltà cullata dai mari, che ha saputo lasciare segni profondi, purtroppo oggi spesso ignorati e persino maltrattati. 
E poi mi trovo di fronte allo Jonio, splendido come un amico limpido e cristallino, sincero, fedele, che si lascia sempre accarezzare con lo sguardo, che mi accoglie nel suo abbraccio caldo. Era un anno che non facevo un bagno.

E mi rendo conto di quanto bisogni amare queste stradine strette che si perdono in un dedalo intricato, a volte scabroso, quest'umanità disperata che si confonde e si perde nella luce riflessa dai mari.








La valle di Itria è un puzzle di bianchissime masserie e di rotondità a forma di trulli. Passandoci davanti m'immagino come potrebbe essere la vita al fresco di quelle pietre, al riparo dal sole dorato, eppure così vicine alla luce dei campi generosi.
Paesini candidi affiorano dalla terra scura, terra che li avvolge e li possiede, e dove finisce la terra giunge -a volte inaspettato- il mare. Sul versante Adriatico brilla una perla che si chiama Polignano a mare.









E di nuovo me ne vado, chissà per quanto tempo.
Stavolta è il tempo del commiato, all'albeggiare sul Mar Piccolo.






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