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28/05/2012

Incontri ravvicinati del primo tipo/2: un fischietto a due ruote

Continua, dopo la prima puntata, la saga dei mestieri improbabili legati alle cose strane che incontro quando gironzolo per la città. Guarda caso anche stavolta si tratta del mio quartiere, comincio davvero a pensare che non sia un caso che sia finita quassù! 
Qualche mattina fa mi alzo al ritmo di un fischietto che sento giungere dalla strada. Fischi a cadenza periodica, insistenti, ma non riesco a capire cosa sia, e sono troppo pigra per affacciarmi a vedere cosa accade di sotto. 
Poco dopo sono in strada per andare a lavoro, e ad un certo punto, nonostante gli auricolari sintonizzati sulla mia radio lisboeta preferita, Radio Radar, risento i fischi, sempre più vicini, fino a che mi trovo a camminare affianco ad un ometto che trascina la sua bici-laboratorio ambulante, con ombrelli appesi di fronte e vari attrezzi che spuntano un po' da ogni dove.

Un riparatore di ombrelli?! Lo guardo, lo osservo, poi mi faccio superare, e in preda alla compulsione, sfilo la mia fidata macchina fotografica dalla custodia nella borsa e mi decido a pedinarlo brevemente, quando vedo che s'infila in un incrocio. Si ferma a parlare con due tizie davanti ad una specie di cancello, è fatta! Mi metto dall'altro lato della strada sul marciapiede, con occhialoni da sole scuri e bavero alzato fingendo disinteresse, mentre con nonchalance fotografo di qua e di là. 


Nonostante gli auricolari sento che mi sgama in pieno dicendomi "Faccia pure quante foto vuole alla bici!" 
Cavoli, sono stata scoperta. Però che gentile, mi dà via libera! Comunque mi sa che 'sti auricolari vogliono andare in pensione. E poi ho la vaga impressione che io come pedinatrice sia una schiappa.
Allora colgo la palla al balzo, mi levo dall'imbarazzo, attraverso la strada e mi posiziono di fronte a lui, dicendogli "Però la foto la faccio anche a lei!"
E lui tutto contento si mette in posa.
"Come si chiama?"
"Manuel"
Click click. 

Ringrazio e me ne torno sulla strada maestra.
Ovviamente ho dimenticato di chiedergli se davvero fosse un riparatore di ombrelli.
Per me lo è. E allora per prima cosa la mia indole di avvocato delle cause perse mi induce a pensare che se c'è ancora qualcuno che fa questo lavoro, non è vero che c'è giustizia al mondo. Poi torno sulla terra, e "Beh, si vede che esiste chi compra ombrelli che non siano made in China. E quindi se gli si rompono, e col ventone che c'è qua si rompono di sicuro, vale la pena farseli aggiustare."
E io che credevo che nel 2012 gli ombrelli si fossero estinti.


Postilla. Tra una foto, un sorriso ed un pensiero, nella foga ho anche perso la custodia della macchinetta fotografica per strada. Me tapina, sola in una valle di lagrime!
Non solo sono una schiappa come pedinatrice, ma adesso ho la prova definitiva di essere anche parecchio distratta.








25/05/2012

Anthony Bourdain a Lisbona, io e Cosmopolis

Cosa c'entrano lo chef Anthony Bourdain, Lisbona, il duo lisboeta Dead Combo con la loro musica fatta di  jazz, post-rock, musica popolare portoghese, e Cosmopolis, il film in questi giorni in concorso a Cannes, tratto dall'omonimo libro di DeLillo tradotto da Silvia Pareschi

Dunque. Prima di vedere questo video non avevo la minima idea di chi fosse Anthony Bourdain. Ora so che è uno chef  newyorkese di alto livello che da qualche stagione è l'inviato di un programma che si chiama "No reservations", in cui il simpaticone viaggia in lungo e largo per il globo spazzolando tutto quello che c'è di tipico nelle zone in cui va a girare. Dire che lo invidio è poco: fa il mestiere più bello del mondo! Il programma a mio parere è fatto bene: si vede che i contatti con la gente del posto sono validi, ed inoltre capita di sentirsi davvero coinvolti nelle usanze locali.

Recentemente è andata in onda la puntata su Lisbona, che vi linko qua sotto. Se ce la fate a resistere, godetevi i primi cinque minuti, ma poi vi verrà l'irrefrenabile voglia di tuffarvi in una vasca di frutti di mare, vi ho avvisati. Segnalo anche che dal minuto 16 in poi lui e i bravi del posto fanno fuori una quantità di polpo arrosto che sfamerebbe un esercito; dal minuto 18 va pure a fare l'aperitivo in uno dei miei posti preferiti, ed infine al minuto 22 ingurgita un paio di litri di ginjinha (di cui sono un'estimatrice anch'io) come se niente fosse.  Per quanto mangia dovrebbe essere un barilotto, ma non lo è: saranno fotomontaggi?

Inutile dire che ho già visto le puntate girate in Sicilia, Sardegna e Creta, e sto cercandone altre.




Colonna sonora del video sono appunto i Dead Combo, ricorrenti col pezzo "Lisboa mulata", contenuta nell'omonimo album in cui ha suonato anche il mitico Marc Ribot.
Qualche mattina fa sento alla radio che, da quando negli USA è andata in onda la puntata del mangione in riva al Tejo, quest'album è schizzato in vetta alle classifiche di iTunes, e che questa sera il duo andrà a suonare a Cannes in occasione del party dopo la proiezione di Cosmopolis, come annunciato nel sito ufficiale.
Il collegamento tra le due cose è che il produttore del film è Paulo Branco, portoghese, il quale ha annunciato che dopo la fine del concorso il regista (Cronenberg), i due attori principali (Robert Pattinson e Paul Giamatti) e molto probabilmente anche DeLillo saranno a Lisbona per la prima.
Speriamo di avere modo di parteciparvi, con la mia bella copia di Cosmopolis -che sto ancora leggendo- vinta in occasione del primo anno del blog di Silvia, e recapitatami in Italia ad Aprile.
La copia è già autografata dalla traduttrice, chissà che riesca  a collezionare anche l'autografo dell'autore! 
[Aggiornamento del giorno dopo: i biglietti per la prima sono esauritissimi! Addio sogni di gloria.]



E pensare che in teoria avrei dovuto ricevere "Erano solo ragazzi in cammino" di Dave Eggers, ma poi c'era stato un cambio programma last minute.
Quando si dicono le coincidenze!  Insomma, ora tutto torna.
A questo punto ho troppe ragioni per tifare per Cronenberg & soci! 
Mi hanno dato anche l'occasione per mostrare finalmente questo bellissimo premio, che mi accolse come un abbraccio in un caldo pomeriggio italiano di primavera.






19/05/2012

Dimmi come parli portoghese/I: U Brazìu e la Toscana

Premessa. Il portoghese è una lingua parlata da circa 240 milioni di persone nel mondo in quattro continenti.
A causa dell'eterogeneità dei popoli che la parlano, e ancor di più per la grande importanza di redigere atti pubblici che siano scritti in maniera uniforme per tutti, la lingua ha subito nel corso del secolo scorso alcuni rimaneggiamenti formali chiamati accordi ortografici, sottoscritti dai paesi interessati.
L'ultimo è del 2009, con entrata in vigore obbligatoria a partire dal 2013. La tendenza, riassunta in breve, è quella di snellire l'ortografia, per adeguarsi principalmente al modo di scrivere brasiliano. Ecco che spariranno ad esempio le consonanti mute, alcuni segni come trattini di congiunzione, lettere maiuscole ridondanti, mentre compariranno lettere come la k, la w e la y...e così via.
Per ora dunque è tutta una confusione, e mi chiedo cosa ne verrà fuori; certo, lo sforzo richiesto per adeguarsi alle nuove direttive è notevole, e crea anche molte polemiche tra linguisti, editori, scrittori e addetti ai lavori.

Ma andiamo al lato più divertente.
Vivendo qua ho imparato a distinguere l'accento portoghese da quello brasiliano, e tutti questi suoni insieme per me son fonte d'ilarità: quando mi capita di interloquire con un brasiliano il buon umore è assicurato. Il colmo è stato quando ho saputo dell'esistenza di "Passione/Paixão", una soap opera carioca ambientata anche in Toscana, in cui i dialoghi sono farciti di parole italiane.
L'effetto finale è macchiettistico: sembra davvero una parodia!
Tuttavia è facile capire il perché di questo delirio linguistico: si stima che che a São Paulo circa la metà dei residenti (che sono 15 milioni) abbia discendenza italiana, facendola diventare la città col più alto numero di paisà fuori dall'Italia.
Ecco dunque un delirante pezzetto della soap girato nelle campagne toscane, coi suoi dialoghi ibridi, che, se  in alcuni casi hanno anche senso compiuto, in altri capita che siano un po' buttati là.
Il tutto risulta intelleggibile a milioni di assidui spettatori, anche ai numerosi portoghesi. Miracoli italo-brasiliani.
Infine, tra i personaggi italiani ce n'è uno che si chiama Agnello, e, ciliegina sulla torta, la sigla -che pietosamente vi risparmio- è affidata ai Neri per caso. Ah, quindi esistono ancora, se son riusciti a riciclarsi in qualche modo ai tropici...


"Forse domani noi staremo sul tuo babbo!"
Insomma, quando c'è di mezzo un Paese grande e varipinto come il Brasile, si può ben immaginare che il casino linguistico è assicurato. Specie perché oltreoceano si sente l'influenza degli States, per cui ormai sono entrati nell'uso comune verbi come deletar ("to delete"), coniugabile (orrore); ciò,  insieme  all'inclusione di lettere nuove nell'alfabeto di cui parlavo prima, fa presagire interessanti risvolti.

Comunque questo meltin' pot linguistico dai risvolti un po' trash offre molto di più.
Altre delizie per le orecchie alla prossima puntata.





12/05/2012

Tassinari di notte. Lisbona in multicolor

I taxi a Lisbona sono ovunque, e sono migliaia: te li ritrovi sempre alle calcagna, ti sorpassano a destra, inveisci contro di loro. Li odi, quei cubicoli giallo crema, o verde e nero (sì, ce ne sono di due colori, a seconda dell'epoca di messa in servizio).
Però li ami anche: essendo economici, sono mezzi di trasporto utilizzati da tutti, dai giovani in uscita notturna  alle vecchie di ritorno a casa, con le buste della spesa gonfie davanti al supermercato.
Io li prendo solo per andare e tornare dall'aeroporto, quando non è possibile andarci in macchina, ed incontro quasi sempre dei casi interessanti di antropologia culturale. Eccone alcuni.

Lisbona, primi anni '30. Foto presa qui


Il di fuori. Un tipo che non conosce assolutamente le strade della città, gira col satellitare parlante, ci manca solo il pilota automatico, ma bisogna che gli indichi io la strada da fare. Diobono! Per concludere in bellezza, non ha neanche il resto di venti euro da darmi e, una volta giunti davanti casa, ferma tutti i taxi che passano per chiedere spicci. Al terzo fallimento fa spallucce ed io decido che la farsa può finire lì. Tieniti pure la (ricca) mancia che non ti avrei mai dato!
Il satellitare. Un macchinone scuro con interni in pelle mi abborda all'uscita dell'aeroporto. Entro e il mio occhio di lince non vede il tassometro, alché chiedo spiegazioni. Il tizio mi dice che fa parte di una nuova rete satellitare nonsoche. La cosa inizia a puzzarmi, e quando gli chiedo allora come farà a calcolare la tariffa, mi sento dire che le tariffe sono fissate a 20 euro (normalmente ne spendo circa la metà). Chiedo di farmi scendere immediatamente, e, dopo qualche tentativo di persuasione non andato a buon fine, mi lascia andare.
La volta che, al secondo tentativo, incontro lui...

...il gourmet. Appena entrata gli chiedo subito ragguagli sull'accaduto col satellitare. Mi spiega che esistono 'sti macchinoni collegati col satellite nonsoche, ma che la tariffa non è affatto fissa. Ecco.
Manco a farlo apposta costui abita nel mio stesso quartiere, così, mentre mi accompagna a casa, guidando in tangenziale con una mano, con l'altra chiama a casa per dire alla moglie che avrebbe portato un franguinho per cena.
Aperta parentesi: il frango è il pollo, e qui sono diffusissimi i posti che li fanno alla brace, da asporto e non. Andarsi a prendere un frango no churrasco a Lisbona è l'analogo dell'andare a mangiare la pizza da noi: una soluzione veloce, relativamente economica ed appetitosa. Il frango dunque regna sovrano, e attorno all'ora di cena i fumi della brace pervadono i quartieri. Esiste anche l'osceno ibrido "pizza galletto", di cui ho già parlato qua. Chiusa parentesi.
Il buon gourmet mi dà dunque una dritta, consigliandomi una griglieria nella mia zona. Forse ha il fiuto per capire chi sta portando sui sedili posteriori?
Sta di fatto che da allora in questo posto insospettabile, dove credo che difficilmente avrei messo piede perché passa del tutto inosservato, ci sono andata già un paio di volte.
L'apolide. Lo incontro una mattina di traffico intenso: proprio l'ideale per sentire le storie di un reduce delle guerre in Angola ai tempi delle colonie, dove venivano spediti tutti, militari e civili; molto amareggiato per le sorti del Portogallo: "Noi allo stato abbiamo dato tanto, lo stato in cambio non ci ha dato nulla". 
Siccome il suo accento tradisce lievemente una provenienza forse d'oltremare, gli chiedo di dove sia, e lui mi riponde: "Sou cidadão do mundo". Applausi.
(Per chi fosse interessato alla contraddittoria ed intrigante storia dei rapporti politici tra Angola e Portogallo, segnalo tra gli altri i libri di António Lobo Antunes, di cui potete trovare un excursus letterario qui). 
Il disertore l'ho incontrato ieri vicino ad una fermata del tram: si stava facendo pericolosamente tardi, quindi mi volto verso la fila dei taxi. Ce n'era solo uno, un po' malconcio e parcheggiato senza taxista. Allora un po' rassegnata mi rigiro a guardare i minuti di attesa stimati: ancora dieci, decisamente troppi.
Ma ecco che all'improvviso vedo il vetusto latitante apparire al volante del suo bolide, mettere in moto e fare circa cinque metri per permettere ai colleghi provenienti da dietro di guadagnare le posizioni. Il tempo di distrarmi un secondo, e lui è di nuovo scomparso dal luogo di lavoro, evidentemente preso in qualche bar nei paraggi: in pratica ha solo spostato la macchina per fare posto agli altri! 
L'enigmista. Un personaggio silenzioso, di quelli persi nei propri pensieri, che quando sto con la luna storta ringrazio e benedico, altrimenti osservo cercando di captare un indizio della sua follia.
Semaforo rosso: il pensieroso tira fuori un blocchetto, ma io lo vedo solo con la coda dell'occhio perché sono distratta. Poi va a finire che s'incontra traffico in tangenziale, e allora il blocchetto riappare negli istanti di rallentamento insieme ad una penna, e stavolta vedo bene: un sudoku gigantesco quasi completato, sul quale il pensatore scrive frettolosamente un numero, e poi ripone il tutto, continuando la sua corsa.
Stavolta  il suo enigma forse l'ho svelato.
Mi vengono in mente subito i taxisti di Zurigo, visti fuori dalle auto a disputare una partita di scacchi sul cruscotto. M'è sempre rimasto un dubbio: come diamine fanno a ricordarsi a che punto stavano ogni volta, dopo una corsa?

Giusto per la cronaca, Zurigo mi viene casualmente in mente anche perché ora sarei là, se ieri lo sciopero dei controllori di volo della TAP non mi avesse messo i bastoni tra le ruote.
Acc! E io che dovevo andare a svelare il mistero degli scacchi.
Per fortuna l'appuntamento è solo rimandato.




25/03/2012

Ciao Tabucchi

A te che hai amato questo paese e questa città in maniera viscerale e che ci hai fatto conoscere i mondi interiori di Pessoa.
A te che hai descritto la saudade meglio di chiunque altro:

"È proprio per questo che allontanandovi di pochi metri siete venuti in Rua da Saudade. Perchè dall’alto di questa piccola strada lo sguardo abbraccia tutta la città e l’enorme foce del Tago. E poco più avanti l’oceano, e l’infinito orizzonte. [...] Lì da soli, guardando questo panorama davanti a voi, forse vi prenderà una sorta di struggimento. La vostra immaginazione, facendo uno sgambetto al tempo, vi farà pensare che una volta tornati a casa e alle vostre abitudini vi prenderà la nostalgia di un momento privilegiato della vostra vita in cui eravate in una bellissima e solitaria viuzza di Lisbona a guardare un panorama struggente. 
Ecco, il gioco è fatto: state avendo nostalgia del momento che state vivendo in questo momento. È una nostalgia del futuro. Avete sperimentato di persona la saudade."
(Da "Viaggi e altri viaggi", 2010 ed. Feltrinelli)




A te che tramite Pereira, ed uno splendido Mastroianni che di lui s'innamorò, mi hai parlato di Praça da Alegria ben prima che ci alloggiassi per puro caso nella mia prima volta a Lisbona, quando non potevo mai immaginare che un giorno ci sarei tornata per viverci.





Hai visto? Per te oggi Lisbona sfavillava.





12/03/2012

Io e le mie tasche

Nonostante l'aria di nuovo avanzi e compaiano come funghi locali che ricordano molto i café del nord Europa e gli spazi polifunzionali dove poter non solo mangiare, ma anche leggere ed ascoltare musica, la "Tasca",  una specie di osteria -solitamente a conduzione familiare- resta un'istituzione imprescindibile della città e di tutto il Paese. 
Entrare in una tasca vuol dire entrare in un mondo fatto di sedie, tavoli e mattonelle autenticamente vintage, ossia significa calarsi direttamente in posti che somigliano a quelle vecchie osterie che da noi popolavano le sere e le notti degli anni '60 e '70. La cucina consiste di piatti semplici, preparati proprio come in casa, e spesso la Dona cuoca la si può davvero vedere destreggiarsi tra pentole e stoviglie, tra una patata fritta e un bicchiere di vino versato all'avventore affezionato che viene a bere in compagnia. 




In questi posti pare proprio di mangiare in casa, ed inoltre, come potrete immaginare, sono super economici. Di solito fuori è esposto il menù coi piatti del giorno e relativi prezzi, e normalmente conviene prendere quelli, perché sono sicuramente più freschi, ovvero fatti il giorno stesso.
La prima volta che sono stata a Lisbona vari anni fa non potevo credere ai miei occhi. Comunque il menù (rigorosamente scritto a mano o, per i più evoluti, con una stilosissima macchina da scrivere) parla chiaro, come potete vedere. 







Certo, quelle proprio stile "bettola" stanno pian piano sparendo, anche se resistono i veterani che spandono profumini di fritto nel raggio di cento metri: insomma, solitamente non abbiamo a che fare con posti per stomaci deboli, ecco.
Gli interni come dicevo sono in perfetto stile originale anni '60 e '70; i complementi d'arredo possono variare molto, ma spesso trovo sedie che mi ricordano quelle di mia nonna di quando ero bambina. Niente a che vedere coi locali vintage che pure mi piacciono tanto, ma che sono delle operazioni di stile e di moda attuale: qui facciamo proprio un vero salto nel passato.





















Vi sono elementi comuni a tutte le tasche: fornellino ammazzainsetto, televisore rigorosamente vecchio stampo (di quelli che mi ricordo io, per inciso...), solitamente sintonizzato su una partita di calcio, e quindi gagliardetti vari della squadra del cuore.







Normalmente ci sarà un tavolo allestito per i componenti della famiglia, che, a seconda dell'età, scorazzeranno nel locale o siederanno più compostamente per consumare il loro pasto.
E' insomma sempre come se fosse Domenica.

Passiamo alla parte che a noi panze curiose interessa di più. Cosa si mangia insomma in queste bettole?
Il classico dei classici è la sardina arrosto, ma solo in estate, quando il sacro pesce abbonda nelle acque oceaniche ed è grasso al punto giusto da risultare squisito. Accompagnato da patate bollite per asciugare la bocca e insalata mista con letto di cipolla per sciacquare e tenere lontani i disturbatori.



A seconda del giorno si possono trovare poi baccalà, altri pesci grigliati, carne arrosto, fagiolate, risotti. 









A fine pasto, prego lavarsi le mani all'immancabile lavandino dotato di sapone di marsiglia, altro che salviettine al limone. Evitare se possibile di fare i distratti e di asciugarsi le mani ai fogli di carta che fanno da tovaglia, pena il gestore, solitamente uomo o donna di poche parole, ma che non disdegna la chiacchiera se avvicinato (niente fronzoli ed inchini, dunque) che vi viene a dire qualcosa come "Oh, i tovaglioli sono lì in alto!". Oops. Ma pure voi, però, a mettere le tovaglie così alla mano...

Sfilano dunque n birre e sguardi divertiti che osservano i clienti che si avvicendano, molti dei quali sono di casa: lo vedi perché entrano semplicemente per fare due chiacchiere, bere un goccio, fumare una sigaretta (fuori, nelle tasche sono poche le regole rispettate, è il divieto di fumo è una di queste) per poi proseguire...per la prossima!
Nessuno ti mette fretta, nessuno ti chiede se era buono, nessuno ti rompe le scatole, insomma. Il conto lo devi chiedere tu, e così chi ti ha servito senza prendere nota dell'ordinazione, perché semplicemente si ricorda tutto,  fa due conti su un pezzo di carta riciclato e te lo porta. Pochi euro, sempre, di sicuro, niente sorprese finali. 

Se mi capita di notare voci che non corrispondono a quello che ho preso, lo dico, perché mi dà fastidio, ma devo dire che nei posti dove non emettono neanche lo scontrino di solito non si sbagliano.




L'ultima volta che sono stata  in una tasca, anche se era da un bel po' che non ci tornavo, mi hanno riconosciuta, lo so, l'ho capito. Prima di andare via gli ho anche fatto gli auguri per il piccolo, perché c'era un neonato al tavolo di famiglia, e il tipo mi ha confermato che era nato da pochi giorni, ringraziando e sorridendo "O meu neto (Il mio nipotino)!"

Sono uscita da là dentro che ero in pace col mondo.




07/03/2012

Portogallo in 5 minuti: scene dall'Italia

Lo spunto per questo post viene dal (noioso) programma televisivo Ballarò.
Se per caso capita che una sera parlino di crisi ed esordiscano con un servizio sul Portogallo, allora stai certo che dall'Italia ci sarà prontamente qualcuno a dirtelo e a farti domande, impressionato dalle parole tragiche appena sentite (per la cronaca, quel qualcuno ieri sera ha significato amica, sorella e famiglia di mr T). Il servizio incriminato lo pubblico per comodità. Anche se non è un granché, anzi, direi che sfiora il pessimo, dura pochi minuti -meno di cinque-, quindi potreste fare lo sforzo (lo so, immane!) di guardarlo. Oppure, se vi fidate di me passate oltre e leggete direttamente più sotto.


                            



Ieri sera, prim'ancora di vedere il servizio, intuendo già cosa potesse essere passato, mi sono agitata e ho colto l'occasione per fare delle considerazioni che metterò nero su bianco anche qua.
Io ho già parlato a modo mio della crisi in questo blog, qui. Era il periodo natalizio e l'atmosfera era austera (cosa che tra l'altro ho profondamente apprezzato, pensando alle nostre città con tanti problemi dove si spendono milioni di euro ogni anno per le luci natalizie, invece di, ad esempio, pagare i trasporti pubblici e di fatto lasciando i cittadini a piedi, oppure invece di investire in teatri e cultura).

Ma torniamo al "servizio". Per quanto breve, dice delle cose precise e dirette. Si mostrano i pensionati dei paesini con pensioni da 300 euro che muoiono letteralmente perché non hanno  soldi per pagarsi le ambulanze.  Si parlicchia di difficoltà a gestire il credito e della disoccupazione giovanile.
I problemi qua ci sono e sono grandi, e risalgono a ben prima della crisi recente. La povertà e gli squilibri sociali qui sono pesanti eredità di un passato di chiusura salazariana, ma non solo, sono anche sicuramente il frutto di un mal governo successivo e di una forma di indolenza diffusa.
Ok. Ma fare quel tipo di servizio mi pare l'atteggiamento propagandistico proprio di chi vuole rincuorarsi della situazione domestica guardando le magagne altrove, che, oh sì, sono ben più gravi.
Penso al fatto che nei paesini del sud Italia, posti di cui si parla poco o nulla, ci sono milioni di pensionati che vanno avanti con la minima (mia nonna in primis), e che quindi non se la passano di certo meglio dei vecchi portoghesi. Anche loro hanno l'orto, quelle immagini non mi impressionano, anzi non mi dicono nulla. E c'è di più: loro (mia nonna in primis) i prodotti dell'orto li vanno ancora a vendere agli agriturismi locali, a 86 anni, per rimpolpare la magrissima pensione. 
Andate ad intervistare anche loro! Andate a leggere nei loro volti rugosi e nelle loro mani che sanno di terra: i paesi che muoiono ce li abbiamo in casa, non c'è bisogno di scomodare l'Europa!

Poi veniamo ad un altro punto cruciale: la disoccupazione giovanile. Innanzitutto, dati alla mano, il problema è più grave in Italia che in Portogallo: ad esempio, lo dicono Il Sole 24 ore e The Economist. Ne parlavo proprio coi colleghi a pranzo qualche giorno fa.
Dati a parte, un fenomeno interessante che si verifica è che, nonostante la crisi, questo Paese riesca a richiamare un sacco di giovani da tutta Europa (ed oltre), cosa che non avviene in Italia! Perché?  Una possibile  risposta è che, oltre alla questione "filosofica" del vivere semplice, e se si apprezza la semplicità e la bellezza delle piccole cose qui ci si trova bene per forza, c'è il fatto pratico fondamentale che se vuoi lavorare qui un lavoro lo trovi, e, guarda un po', perbacco, ti pagano anche. Chiaro che non si può fare di tutto, ma per cominciare a scrivere le famose esperienze nel curriculum da qualche parte bisogna pur cominciare, possibilmente senza fare lo schiavo.
Il lavoro retribuito da noi non è mica tanto scontato, ormai. Ci sono eserciti di giovani che lavorano totalmente gratis, camuffati da stagisti, apprendisti, senza contare quelli totalmente o almeno in parte a nero... In più ora, nel pacchetto di legge sulle liberalizzazioni, hanno messo anche una norma che prevede solo un rimborso spese forfettario per i tirocinanti negli studi dei liberi professionisti (il panino della pausa pranzo e i mezzi pubblici, qualora fossero così fortunati da averli, per raggiungere il posto di lavoro). Un altro esercito in crescita, quello degli aspiranti notai, avvocati, commercialisti e via dicendo, che è come se non esistesse.

E infine...in cinque minuti non si poteva dire che nonostante la crisi questa città ha la forza di reinventarsi continuamente. Questa è una realtà bella e vera, di cui cerco di parlare per quanto posso, e non mi stancherò mai di farlo (data la mia nota indole di avvocato delle cause perse).

Insomma, tante cose meglio ometterle a Ballarò. Qua si muore di fame: sarà che invece in Italia son tutti con la panza piena e contenta? 
Amen!


03/03/2012

L'Oceano di Ericeira

Ericeira si trova a circa 30 Km da Lisbona ed è una meta molto conosciuta tra gli amanti del surf, grazie alle sue bellissime spiagge battute dal vento. Era da un po' che desideravo andarci, poi finalmente una domenica arriva l'ispirazione giusta per farlo. Chiamate due amiche che han risposto subito entusiaste, ci siam messe in macchina nell'ennesima giornata limpida di sole e di cielo azzurro di questo inverno generoso. 
Il posto è molto famoso per i suoi frutti di mare (mariscos) freschissimi e per la lunga tradizione di pesca, che è la principale risorsa degli abitanti, oltre al turismo legato al surf.

L'allegro quartetto giunge dunque sulle coste di Ericeira a cavallo dell'ora di pranzo ma viene letteralmente rapito da quel paesino bianco e blu totalmente sospeso sull'Oceano, popolato da numerosi gabbiani, con una luce spendida, vicoli e spiagge dorate. 
Pareva a tratti di stare anche in Grecia, se non fosse che l'Oceano te lo senti addosso ed intorno per la sua grandezza e per tutto quel blu.


Simpatica signora al riposo domenicale (spero non sia il barbiere).


La barca "non ti preoccupare"


Poi, dopo aver vagato nell'indecisione del sole e dei profumi di pesce e di salsedine che si spargono nei vicoli, il quartetto affamato infine si dirige verso una Marisqueira, ristorante tipico dove i piatti sono tutti a base di frutti di mare. Et voilà, la scelta è fatta. 
Scelta che si rivelerà azzeccatissima: quei frutti di mare che davvero sanno di mare e null'altro resteranno indimenticabili. Mai assaggiato niente di così intenso prima.

Cozze, gamberoni e gamberetti, granchi di varie dimensioni (tutti con nomi diversi), coccioli, ostriche e poi perceves, dei crostacei tipici delle coste atlantiche, nonché bruttini (sembrano degli animaletti preistorici) che crescono sugli scogli più battuti dalle onde, per cui prenderli è pericoloso e difficile. Ma poi ripagano abbondantemente della fatica: bruttini ma buonissimi. Li avevo assaggiati tempo fa anche in Galizia, ma qui mi hanno proprio colpito: Oceano all'ennesima potenza.





E per concludere un arroz de marisco servito nel tacho, una pentola di coccio. Profumatissimo, con vongole, gamberi e persino aragosta. Commovente.


Aggiungo che per queste bontà, pane, vino e caffè abbiamo speso 22 euro a testa. Certe cose bisogna proprio dirle per dare una misura di quel che si parla.
E già si programmano nuove avventure culinarie nella zona...

Dopo il pranzo abbiamo gironzolato per il quartiere dei pescatori. 
Beh, è stato come fare un mini viaggio nell'idea romantica che abbiamo di questo mestiere. Qui è praticata una pesca artigianale con barche piccole, reti, corde. Non conosco i termini tecnici, ma le foto parlano da sole.
Io credo di aver visto cose simili solo nei documentari degli anni '50 del grande De Seta. Attrezzi del mestiere disseminati ovunque, barche, pesci messi ad essiccare (e gatti nei paraggi...), uomini  che escono dalle loro capanne sulla sabbia per guardare il mare al tramonto. Insieme a noi.






A presto Ericeira, non vediamo l'ora di poterti ammirare anche d'estate.


18/02/2012

La via per Samarcanda. Immagini da un mercato

Ho in mente la mitica Samarcanda, crocevia  di culture prospero di commerci e di storie di uomini venuti da terre lontane diretti chissà dove, mentre cammino verso la Feira da Ladra.
È un po' così questo mercato dalle origini addirittura medievali e che nel corso dei secoli ha cambiato più volte sede: passi di là e sei diretto chissà dove, anzi, anche se non lo sai sei già pronto a perderti.
Eccentrico, stravagante, pazzo, a tratti kitsch, esagerato, stralunato ed azzardato deposito di oggetti perduti, ritrovati, riciclati, rubati dal tempo e nel tempo. 
Bisogna attardarsi tra queste chincaglierie: spesso la merce è posta direttamente a terra, su tappeti, sedie, sul marciapiede, appesa, accatastata in cassettine, accanto alla porta di un furgone, ovunque, uomini sommersi di passato e di trapassato, in un fiume di colori e di materiali che cattura e risucchia in un vortice di curiosità e di fantasia.
Un vero simulacro, una rappresentazione all'aria aperta della macchina tritatutto che è il tempo che travolge le cose, che le deforma e le reinventa. Ogni oggetto ha la sua storia, e centinaia di migliaia di storie si intrecciano in quest'ammonticchiarsi di materia multiforme che rimane lì in attesa di occhi innamorati a cui poter parlare.



Ci si trova di tutto ed oltre: oggetti dematerializzati, con il più delle volte prezzi totalmente simbolici, stanno lì in attesa di trovare l'ennesimo posto nel mondo. Cose di epoche remote son pronte per il loro viaggio nel futuro.
Oltre ad abiti, scarpe ed accessori, sfilano giocattoli ed utensili anteguerra, vecchi lampadari, sedie, cassetti divelti, orologi senza lancette, bambole senza occhi, fotografie ingiallite di donne ed uomini della Belle Époque, cartoline da tutto il mondo con francobolli ed indirizzi e i saluti dalle vacanze, spartiture di pianoforte, un'intera collezione di libri di fantascienza del tipo "Il cataclisma cosmico" o storie di naufraghi e isole segrete, grammofoni che suonano vecchie canzoni anni '40, vasellame, racchette da tennis, fioretti, tazzine, piatti, tenaglie, elmetti e caschi dalle trincee di guerra, valigie che hanno affrontato troppi viaggi, vinili, mangianastri, vecchi computer e loro componenti elettroniche, macchine fotografiche di tutte le ere, strumenti musicali o ciò che ne resta, tricche tracche, mi sono persa.

È la fiera dell'eccesso, ed è molto divertente anche osservare i personaggi che vi si aggirano!







Tra l'assortita ferraglia...caldaie a gas.
Prototipo di bidet da camera?


Il mio bottino è stato magro, ma c'è da dire che difficilmente riesco a comprare molto in posti del genere: uno perché spreco tutte le energie nel guardare, e due perché sostanzialmente comprerei tutto.

Comunque ho portato a casa sei tazzine da caffè di vetro verde anni '70 (per soli due euro)....

...e una colazione con questa vista sul Tejo che fa proprio iniziare il weekend di buon umore.





Aggiornamento: visto che qualcuno ha espresso la volontà di vedere il bottino di guerra...eccolo qua, dopo il trattamento igienico plurimo!




10/02/2012

Il sapore di Graça

Un pomeriggio a zonzo per il quartiere di Graça, che sorge su una collina sovrastante quella di Alfama, da dove si godono due splendidi panorami sulla Baixa e sul Tejo.
Era da un po' che non ci passavo, specialmente a piedi, e certo vedere Villa Sousa -l'edificio ricoperto di mattonelle celesti che domina il Largo- è come attraversare diversi livelli temporali: un po' mi ricorda una Lisbona lontana e semisconosciuta di alcuni anni fa, quando c'ero venuta in viaggio, e l'osservavo da fuori. Poi però accade che in quelle case meravigliose con patio e scale di legno si abbia modo di entrarci varie volte, e di conoscerne certe stanze colorate di vita e dalle finestre enormi con i posti per sedersi incorporati.

Di quanti strati di emozioni mi sono spogliata.
Quanto si potrebbe scrivere su questo angolo di città. 

Le ore passano in fretta quando sei con gli amici a parlare davanti ad una bibita. Anche se non era quella che volevi, e di questo ringrazierai sempre la signorina sbadatella nelle vesti di simpatica e stralunata cameriera di un bar che sembra il salotto di casa tanto è accogliente.
Poi è tempo di andare, ma sulla via del ritorno, nella sera buia in cui non passa quasi più nessuno nella strada, da una porta che si apre su altre scale di legno giungono dolci note... ed il richiamo è troppo invitante per resistergli. 
Saliamo le scale e ci troviamo in un'altra casa. Di legno. A Graça. 
Dove si suona jazz in una stanza, così, come si fosse in salotto, e poi c'è anche lo spazio per bere qualcosa e rilassarsi.
Si chiama Laboratório, e, se fino a qualche tempo fa era di analisi cliniche, da tre mesi è diventato uno spazio per fare musica e cinema.




Mobilio di recupero tra cui spicca un vecchio juke box che attira la mia attenzione. 
Sono sicura che funziona ancora.




Finalmente il mio bicchierino di ginjinha. Me lo sono davvero sudato oggi!




E poi... ancora finestre coi posti per sedersi incorporati.

Perché quassù sedersi alla finestra dev' essere un'abitudine comune per chi la vita la vuol vedere scorrere da dietro ai vetri, spiandola, temendone l'irruenza tanto da non trovare la forza di affacciarsi a quella finestra, ma scegliendo di sostare ore seduto ad aspettare, ad osservare.
E lo sguardo può allungarsi un po' più in là fino a trovare la pace nel fiume dei tramonti rosa e oro.

Oppure come me si poteva restare seduti, avvolti in una calda coperta di note, l'occhio teso a cogliere lo sferragliare antico di un tram che scivolava via veloce tra i balconi in ferro battuto della notte lisbonese.







04/02/2012

Mille e una, anzi 2012 Lisboa 1

Recentemente Lisbona è stata insignita del premio città vivibile 2012 dall' Academy of Urbanism (qui il documento ufficiale).
Tra le motivazioni: la capacità di inventare nuovi spazi urbani mantenendo la sua identità di città dove l'ultramoderno si fonde con l'antico, gli ingenti investimenti nel settore della riqualifica urbana, l'attenzione per le energie rinnovabili. 
Innumerevoli sono i cantieri in città e altrettanti sono i progetti che mirano a recuperare aree abbandonate ed in disuso -per lo più ex centri industriali- per ridar loro nuovi volti. 
A pensarci bene forse è l'aspetto della città che mi affascina di più questo suo sapersi reinventare, la coesistenza di vetusto e d'avanguardia che si riflette nei contrasti di quartieri, persone, edifici e locali diversissimi tra di loro; eppure ad un primo sguardo la città appare immobile, come persa nel tempo: cosa di non poco fascino, ma che denota una visione parziale che non rispecchia l'anima multiforme di questa città. 
Quando redissi il manuale di sopravvivenza urbana mi ripromisi che avrei parlato anche delle cose per cui vale la pena stare in questa estrema Europa che sa un po' di Africa e un po' di America.
In realtà anche se indirettamente ne parlo sempre, ma ho pensato di approfondire, iniziando quindi dall'esempio più lampante ed imponente di recupero urbano che è l'intero quartiere dell' Expo, detto anche Parque das Nações, che si estende per 5 Km lungo il fiume Tejo, ad oriente.
La faccia avveniristica di Lisbona. Che un po' reinterpreta il viscerale rapporto che questa città ha col mare e col viaggio.




Il Parque das Nações fu realizzato in occasione dell' EXPO 1998 che coincideva tra l'altro con i 500 anni dei viaggi di Vasco da Gama nelle Indie. Prima di allora la zona era un'area industriale ad alto inquinamento e degradata, comprendente raffinerie petrolifere, stazioni di trattamento dei residui solidi e installazioni portuarie.  
Il progetto del Parco è di proporzioni enormi, sia dal punto di vista di pianificazione che di attuazione (tra l'altro le opere sono ancora in completamento, anche se i cantieri in piedi sono ormai ben pochi, ed i lavori cesseranno entro il 2015). 
Per edificare le nuove costruzioni si riciclò completamente il materiale derivante dalla demolizione delle vecchie mediante un sistema di riciclaggio installato all'interno dell'area stessa. 





Il quartiere rappresenta un modello di città del futuro sostenibile e a misura d'uomo: sono state privilegiate le aree pedonali mediante la costruzioni di ampi parcheggi per incentivare l'uso dei mezzi pubblici; esiste un sistema di raccolta di rifiuti solidi attraverso delle "bocche" differenziate (e quindi non passano mezzi pesanti per la raccolta); tutte le infrastrutture di telecomunicazione, di distribuzione dell'energia e dell'acque e di gestione dei rifiuti sono raccolte in un punto comune, per cui gli interventi di manutenzione interessano un'area ridotta e concentrata del quartiere e quindi  non recano intralci alla viabilità. Peraltro qua il traffico è scorrevolissimo ed ordinato!

Esiste poi uno spazio ricreativo multidisciplinare con teatri, auditori, musei della scienza e varie aree espositive (alcune opere sono state realizzate da importanti architetti, come Alvaro Siza). 
Essendo il fiume e l'Oceano gli elementi protagonisti dell'area, l'acqua assume un ruolo preponderante nel quartiere: numerose sono le fontane, i ruscelli artificiali e i giochi di acqua presenti, oltre all'Oceanario dove però ancora non sono stata -e che  a quanto pare merita una visita.

Qui il Tejo inizia il suo imponente estuario sul quale è stato costruito il ponte Vasco da Gama che si estende per quasi 18 km: la vista si perde sull' acqua cercando l'altra sponda. 




Gli edifici ed i moderni grattacieli hanno attirato la mia attenzione per le forme bizzarre o per le geometrie perfette:  tutte danno un senso di insieme e di continuità dove nulla sembra stridere, nulla è fuori posto.




La stazione di Oriente è un importante snodo per i trasporti: vi passano treni, metro e innumerevoli linee di autobus. Progettata da Santiago Calatrava, in acciaio, vetro e cemento, è una delle più moderne d'Europa.
Ho sentito pareri contrastanti sulla validità estetica dell'opera: checché se ne dica, a me piace molto, specialmente di notte, quando, illuminata ad arte dall'interno, sembra una vela avvolta in manto di luce pronta a salpare trascinando con sé la città verso lidi remoti.




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