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27/11/2013

Mudança e altri viaggi

Eccomi qua, dopo seimila Km percorsi in aereo, piedi, autobus, treno, auto tra cinque città (Lisbona, Bologna, Orte, Viterbo, Roma) e tanti amici, vecchi e nuovi.
Un viaggio di lavoro in quel di Bologna si trasforma in un'occasione per riabbracciare tante persone che sono parte importante della mia vita.
Vi ringrazio tutti, amici miei, uno per uno.
Ringrazio chi è venuto da lontano anche solo per vedermi poche ore, chi mi ha ospitato felice nella sua casa nel solito quartiere bolognese e mi ha portato a fare colazione al solito bar; chi m'è venuto a prendere dopo il lavoro per farmi conoscere il suo gioiello di un anno e mezzo (col quale siamo diventati subito amici!), chi mi ha reso partecipe delle sue difficoltà e delle sue gioie davanti all'ennesimo ginseng, chi è stato troppo breve ci rifaremo, chi ho abbracciato in carne ed ossa dopo un anno intenso di web; chi mi è venuto a prendere all'ennesima stazione con un vento gelido, chi mi ha fatto una sorpresa (mia madre), chi è sempre mia sorella soprattutto quando ci battibecchiamo.

Un brindisi per mrT, il grande assente

Ritorno a Lisbona la sera tardi, e il giorno dopo trasloco quintali di roba a casa nuova. Una faticaccia per il corpo, ma almeno col cuore pieno.
La prima cena consiste in una piadina con stracchino (ne ho scoperto uno buonissimo ultracremoso che fanno a Sorano) e culatello su un tavolo di fortuna infilato tra le macerie. Un po' di gratifica anche per il corpo.




Stamattina stremata mi sveglio così. L'alba entra prorompente dalle finestre della cucina.
"Mudança". Dal verbo "mudar", che significa anche cambiare.
Rende molto piú di "trasloco", che rimanda a qualcosa di puramente fisico.


Un'altra lunga giornata mi aspetta, eppure questa luce mi dà una forza nuova.








23/07/2013

Estate mediterranea. La costa provenzale

D'estate me ne andrò felice
per le terre battute dal sole
in un vento di fresca bruma di mare,
sentirò il canto delle cicale
farsi tappeto sonoro
nel profumo delle piante e dei fiori
che sanno di Paradiso.


Foto scattate a La Ciotat



E succhierò il bianco delle rocce maestose
cattedrali silenti nell'acqua verde e blu
sarò come quei pini che mettono radici e fioriscono nella pietra.


Calanques de Port-Miou e d'En-Vau




Cercherò sempre quel tuo soffio che mi sfugge

Mediterraneo

culla che non mi abbandona
torno a bagnarmi di te...


D'estate sentirò i flutti
infrangersi sulla prua delle barche con cui solcherò cento altri mari
mi basterà chiudere gli occhi
per rivederti ancora
lambire coste selvagge
e sentire la tua onda
arrivare a me da lontano.


Île Verte











26/03/2013

Aguas de Março

A Rio de Janeiro Marzo è mese di piogge torrenziali, che spesso, anche se brevi,  provocano grossi allagamenti in città.
Sono le piogge tropicali che chiudono l'estate carioca, e portano con loro la malinconia tipica dell'inizio dell'autunno.
Lo sapeva bene Tom Jobim quando scrisse la meravigliosa "Aguas de Março" nel 1972, abbozzandone il testo su un sacchetto del pane, mentre si trovava in un ritiro di fine estate presso la casa di campagna, sotto prescrizione medica.
Osservando l'acqua cadere Jobim dovette in qualche modo essere sfiorato dalla paura che prende quando si sente avvicinarsi la fine (sebbene per lui non fosse così nella realtà), e cercò di trascriverne il suono modulato dalla pioggia.
Qualche tempo dopo lo registrò con Elis Regina, la grande voce jazz della bossanova e della musica popolare, assoluta ed incontrastata stella nel panorama brasiliano degli anni '60 e '70, una donna dal vissuto tragico e sofferto (morì a soli 36 anni per un cocktail letale di barbiturici e cocaina).
La loro interpretazione rappresenta a mio avviso una delle vette più alte della musica mondiale. Per come sanno andare su e giù tra le note, imitando le gocce di pioggia a volte soavi, a volte pesanti, che scorrono inesorabili, trascinando con esse tutto ciò che incontrano lungo il cammino.
Jobim sarà stato anche toccato dalla paura della fine, quando ha scritto questo brano, ma ci lascia ripetutamente, nel breve ritornello di due frasi, aperti ad una promessa di vita.
Il testo è bellissimo, oltre che essere estremamente musicale e rimandare ad elementi tipici della cultura brasiliana, come ad esempio Matita-Pereira (detto anche Saci-Pererê, che tra l'altro è anche il nome di un cocktail a base di cachaça), una specie di folletto mulatto con una gamba sola, munito di cappuccio rosso e pipa, molto dispettoso, che si diverte tra le altre cose a scherzare coi bambini, nascondendo le loro cose.

Qui potete trovate il testo con la traduzione.

Anche a Lisbona piove da settimane ormai.
Non mi piace la pioggia, ma Jobim e Elis mi danno quella dolcezza necessaria per sopportarla ancora, aspettando che torni il sole.
Guardo la pioggia cadere, e mi ricordo che da questo lato del mondo viene per portare la primavera.


E questo è, finalmente, il brano.

       











20/03/2013

Il mio 8 1/2. Un film per la vita

Avevo questa bozza ferma dal 19 Ottobre 2011.
Quando sono andata a ripescarla stamattina ho avuto un sussulto.

Pensieri sparsi su un Film, anzi, il Film, quello che per me ha rappresentato e continua a rappresentare un cult, un testamento spirituale, perfetto connubio di forma e contenuto, che ha saputo toccare tutte le mie corde intime, ed ora persino di più: 8 1/2 di Fellini.
Ieri sera lo hanno proiettato alla Cinemateca, un posto straordinario, un museo del cinema con programmazione sempre interessante. Per i cultori dei film d'annata, soprattutto.
Inizia infatti oggi l'omonima Festa do Cinema italiano, e in occasione del 50esimo anniversario del film era quasi scontato che da qualche parte lo riproponessero.

"Non so, per ora sulla cartellina che contiene gli appunti e la scaletta approssimativa del racconto, a parte le solite culone beneauguranti, ho disegnato un grande otto. Sarebbe il suo numero, se lo farò", disse Fellini, parlando del film in fieri che uscì poi nel 1963.
Il ruolo del regista Guido Anselmi fu in un secondo tempo affidato a Mastroianni invece che a Laurence Olivier perché quest'ultimo "era troppo bravo, mentre Fellini cercava un tipo schiacciato dalle debolezze e dalla mancanza di personalità" (così Mastroianni stesso nell'intervista che fece con la Fallaci).
Guido è infatti un regista di mezza età alle prese con una forte crisi d'ispirazione, un uomo che pare sospeso, incapace di vivere il presente; bloccato in un impasse creativo ed esistenziale, incapace di mettere in scena il suo film, di gestire i rapporti con le donne ed in generale con gli affetti. Non riesce neanche a far pace con la memoria dei suoi genitori defunti, che tornano continuamente a trovarlo insieme a tutti i personaggi dei suoi ricordi e dell'immaginazione, quasi come in una dolce tortura, facendolo abbandonare ad una malinconia  in cui riesce a trascinare anche noi.
La dimensione temporale ed emotiva è stravolta e costituisce un dondolo perpetuo tra passato e presente, realtà ed immaginazione: Guido si consuma a chiedersi come fare per capire, cosa sia nascosto tra le pieghe di un'esistenza che non si rivela, cercando risposte che non trova.
Sfilano intanto sulla scena una carrellata di personaggi indimenticabili, come la Saraghina la prostituta, e tutte le donne della sua vita: la moglie Luisa e l'amica, l'amante Carla, sua madre.
È circondato da donne, fantastica di averle tutte in un harem, non ne possiede in verità nessuna.


Mastroianni e Fellini sul set (foto dalla RAI).

Un episodio resta per me particolarmente caro. Durante una festa coi produttori del film, Fellini ci mostra Guido da bimbo, in una sequenza eccezionale. Un mago sta intrattenendo gli ospiti leggendo loro nel pensiero; quando arriva il turno di Guido, il mago scrive sulla lavagna le tre paroline "Asa Nisi Masa" e nessuno ne coglie il senso, ma esse sono la formula magica che ci permette di entrare nella porta della sua infanzia. E così conosciamo il casolare di famiglia, le vedemmie fatte di uva pestata coi piedi, le stanze che risuonano del dialetto romagnolo; sentiamo sui nostri corpi la morbidezza delle coperte rimboccate dalla nonna e udiamo sua sorella che prima di mettersi a letto pronuncia le fatidiche paroline "Asa Nisi MAsa". Anima, nel linguaggio del buffo giochino che facevo da bimba.

Sul set dimesso del film che ha ormai deciso di non girare più, dopo aver a lungo parlato della sua incapacità di amare con Claudia, la ragazza immaginaria ormai personificata che rappresenta il suo ideale di Bellezza, Guido capisce, è toccato dalla rivelazione.
D'un tratto si rende conto che non deve far altro che accostarsi alla vita in modo semplice, amare per essere amato, lasciarsi ancora intenerire dagli uomini per ritrovarsi uomo, che ciò che è è tale in virtù di ciò che è stato, in un fluire naturale in cui è immerso, in cui si riconosce...e non ha più paura di mostrarsi e di accettare anche le ombre, i fantasmi del passato, il peccato, le debolezze.
In una sorta di  epifania finale i personaggi che popolano il suo mondo interiore e reale troveranno una collocazione, e stavolta sarà una festa di suoni in un girotondo gioioso dove tutti si daranno la mano per celebrare quell'unico ed irripetibile ciak.
La malinconia ha lasciato il posto alla felicità.
Il finale è un tripudio corale, un inno alla vita.
Il film ora c'è, è stato scritto. Non ci sono altre scene da girare.

8 1/2 è semplice, tanto semplice da commuovere.
E mi commuove la scena finale che parte dal momento in cui Guido decide di far smontare il set. I suoi pensieri ad alta voce nel momento della "scoperta" (che partono dal minuto 2.55)  riescono magicamente a parlarmi in maniera speciale, ogni volta. Vale sempre la pena rivederla.






"Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare, mi ridà forza, vita? 
Vi domando scusa, dolcissime creature; non avevo capito, non sapevo... 
Com'è giusto accettarvi, amarvi, e  com' è semplice. Luisa, mi sento come liberato: tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare. Ma non so dire... 
Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso. Ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere, e non mi fa più paura. 
Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo, e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro, Luisa, né a te né agli altri: accettami così come sono, se puoi. È l'unico modo per tentare di trovarci."



E dopo il 19 Ottobre 2012, un anno esatto da quando avevo iniziato a scrivere questa bozza, il giorno che ha segnato il "prima" e il "dopo" della mia vita, queste parole oggi sembrano arrivare da lontano apposta per me.





23/08/2012

Heartbeats

Oggi mi sento così, come quelle palline di colore che inondano una città di luce che può essere sull'Atlantico o sul Pacifico, poco importa.
Ho amato questo pezzo da subito, perché mi infonde speranza, mi trasmette una delicatezza ed una pace incredibili.
Ho amato questo video da subito, ancor prima di visitare quei luoghi, quando li potevo solo immaginare,  quando le salite e le discese, il blu ed il bianco mi sapevano tanto di Lisbona.
E poco importa che sia una pubblicità, se è la più bella che io abbia mai visto.
Oggi sono una pallina colorata.







                                                   




[Se blogspot fa le bizze per caricare il video, conviene cliccare sull'icona dello schermo intero, in basso a destra accanto alla scritta YouTube.]






17/07/2012

Un posto del cuore. Come negli anni '50.

Esiste un posto nel mio cuore dove si riparano con amore borse, cinture, scarpe e tutto quello che sia di pelle. Qui migliaia e migliaia di cose consumate, oggetti improbabili e malconci, scampoli e residui   rinascono a nuova vita dalle mani esperte degli artigiani cresciuti a pane e bottega, tra martelli e vernici.
L'attività è mandata avanti con passione da due generazioni, e ci lavorano circa tre famiglie venute dall'amata Sicilia in tempi di guerra e povertà, sulla scia di un giovane soldato chiamato alle armi che riuscì ad imbucarsi nella Marina per sfuggire alla trincea, e che cominciò a costruirsi una vita sullo Jonio e ad inventarsi un lavoro per la vita.
Nell'immediato dopoguerra era solo un piccolo buco buio, e dentro a quei portoni ottocenteschi scorrevano le vicissitudini di tante umili famiglie che dividevano una stanza in cinque o sei, avevano il cortile in comune e vivevano tutti come se fossero uniti da un solo destino.
Nel retrobottega e nei mezzanini, accanto ai letti, bollivano pentole di sugo dolce e friggevano padelle di melanzane per la pasta della Domenica, perché il profumo di quel lembo di terra lasciato anni prima non avrebbe mai abbandonato i sogni ed i ricordi di chi era andato a cercare fortuna altrove, tradendo intimamente il suo rapporto con il mare e quelle montagne aspre che vi si calavano a picco, un incantesimo che solo gli isolani sanno. E bisognava continuamente farsi perdonare, fare pace col passato, ricucire lo strappo.
Qualcuno nel frattempo se n'è andato, lasciando il suo vuoto: prima quel soldato della Marina, poi un giovane artigiano bravissimo a cucire cartelle di cuoio, che lasciava un segno distintivo su tutto quello che le sue mani creavano, e quanto rammarico a non averli neanche conosciuti. 
Recentemente se n'è andato anche il maestro calzolaio che ha visto nascere bambini ed invecchiare adulti, e che ho avuto il piacere di incrociare sul mio cammino. Anche se non era della famiglia di sangue, era davvero uno di loro. 

Le tracce di chi non c'è più sono visibili però, le loro presenze si avvertono, sono rimaste. Bisogna solo coglierle.
Ogni cosa parla di sé, ed io la sto ad ascoltare sempre volentieri, perché non vorrei perdere neanche una parola di quello che ha da raccontarmi.




Quel posto si trova a Taranto da più di sessant'anni. 
Ed io, che ormai lo sento mio, ogni volta m'incanto in quelle stanze, sbucando da corridoi e porticine, immaginando un luogo che non c'è più, eppure che è presente ovunque, in tutte le fibbie, nei rotoli di pelle colorata, nei lacci, nei chiodi, nei vecchi ferri del mestiere.


In questi giorni OceansTwo ha visite da quelle terre lontane.
Com'è bello averli qui, dividere con loro questo piccolo mondo diverso, svegliarsi di fronte ad occhi amorevoli la mattina, tornare a casa la sera e sentire il profumo delle cose cucinate con dovizia ed amore, l'odore di casa che ti avvolge e non ti lascia.

Vorrei che le giornate fossero infinitamente più lunghe.




10/07/2012

Jeff, you should've come over

Jeff Buckley se ne andò portato via dal Mississippi senza una ragione quel maledetto 29 Maggio 1997, quando aveva compiuto da poco trent'anni.
Mancano pochi mesi all'uscita del film sulla sua vita, "Mistery white boy", e Reeve Carney lo impersonerà.  Ho cercato questo perfetto sconosciuto su google e devo dire che un po' gli somiglia;  sarà difficile però rendere in poche decine di minuti una vita così intensa e struggente,  come la sua voce, ma spero vivamente che ci riescano, o che lascino almeno una bella sensazione in chi vedrà la pellicola.
Ed intanto oggi m'intristisco un po' perché penso a quella vita spezzata, difficile, tormentata, poi ascolto una delle mie canzoni preferite di sempre, che è proprio sua, l'ha scritta e musicata lui a 27 anni, e allora è come se fosse ancora qua.
Grazie Jeff. Perché hai saputo dire tra le altre cose "All my blood for the sweetness of her laughter".







Lover, you should've come over

Looking out the door I see the rain fall upon the funeral mourners 
Parading in a wake of sad relations as their shoes fill up with water 
And maybe I'm too young to keep good love from going wrong 
But tonight you're on my mind so you never know 

Broken down and hungry for your love with no way to feed it 
Where are you tonight, child you know how much I need it 
Too young to hold on and too old to just break free and run 

Sometimes a man gets carried away, when he feels like he should be having his fun 
And much too blind to see the damage he's done 
Sometimes a man must awake to find that really, he has no-one 


So I'll wait for you... and I'll burn 
Will I ever see your sweet return 
Oh will I ever learn 

Oh lover, you should've come over 
'Cause it's not too late 
[ Lyrics from: http://www.lyricsfreak.com/j/jeff+buckley/lover+you+shouldve+come+over_20070214.html ] 
Lonely is the room, the bed is made, the open window lets the rain in 
Burning in the corner is the only one who dreams he had you with him 
My body turns and yearns for a sleep that won't ever come 

It's never over, my kingdom for a kiss upon her shoulder 
It's never over, all my riches for her smiles when I slept so soft against her 
It's never over, all my blood for the sweetness of her laughter 
It's never over, she's the tear that hangs inside my soul forever 


Well maybe I'm just too young 
To keep good love from going wrong 

Oh... lover, you should've come over 
'Cause it's not too late 

Well I feel too young to hold on 
And I'm much too old to break free and run 
Too deaf, dumb, and blind to see the damage I've done 
Sweet lover, you should've come over 
Oh, love well I'm waiting for you 

Lover, you should've come over 
Cause it's not too late










23/01/2012

Un pacco di felicità

E' arrivato! Lo aspettavo per venerdì, si è fatto attendere e desiderare...ma alla fine ce l'ha fatta!
Il pacco ha macinato più di 3000 Km per venirmi a trovare.
L'ho accolto con gioia e commozione, mi dispiaceva quasi aprirlo. Quando poi mi sono decisa a farlo, è stato come tuffarsi in profumi, sapori e ricordi che non mi abbandoneranno mai.

Eccolo qua, durante la contemplazione devota (come vedete è un paccone!):




L'ingegnoso mittente aveva approntato un accrocchio con una corda per creare un manico ed agevolare il compito dei facchini, sperando così che non lo sbattessero troppo. Ha centrato l'obiettivo!
Mentre lo svuotavo era una festa. Sembravo una bimba entusiasta, scartavo e sbustavo e fotografavo. Mai stata così contenta per un pacco. E' il primo da quando sono qua, e mi ha riempito il cuore.

Questo è solo un campione di quello che c'era qua dentro. Quasi tutto è duplicato, ed inoltre ho lessato una busta di cime di rapa e una di catalogna, verdure che adoro e che qui non si trovano manco a peso d'oro. 



Da sinistra, fila dietro, vi presento: un pacco di orecchiette, uno di pizzoccheri (dalla mia permanenza in Lombardia ho ereditato l'amore per loro), il corner merendine della colazione e biscotti-seri-altro-che-qua, un pacco di troccoli (simili a dei grossi spaghetti), una melanzana viola, di quelle dolci, tipo tunisino che dice "Sicilia" da lontano, i taralli pugliesi, i peperoni cruschi, un pacco di cioccolatini con limoncello, strega, cuneesi al rhum (altra eredità golosa di Pavia),  o crema nocciole a scelta, la provola affumicata, corner formaggi e salumi, con lo speck e il salame piccante autoprodotto in bella vista,  gli immancabili biscotti siculi, cucciddati e col sesamo. 
E poi cannella, pinoli, capperi, in un tripudio di sensazioni!

C'erano anche: un regalino da una meravigliosa sorella e fidanzato -un refrigeratore per bottiglie di vino- i rassicuranti calzini comprati dalla mamma e un commovente cappello di lana fatto a mano da una dolcissima zia.

Ho fatto il pieno davvero, in tutti i sensi.

23/05/2011

3rd chorus: Only in SF

Via da downtown- per me crocevia indispensabile per il cambio di autobus e tram- che vale una visita grazie ad un rigoglioso tombino fumante in Market Street e allo stupendo Moma (Museum of Modern Art)  a Soma, zona Yerba Buena. A proposito, a giudicare da certi odori costanti nelle strade direi che Yerba Buena a SF non è solo il nome di un quartiere.



Nello storico neighborhood nero di jazz & blues di Fillmore m'imbatto nella chiesa ortodossa africana dI St John Coltrane, dove la domenica mattina i fedeli celebrano una messa che dura circa 3 ore e che si conclude con una jam session di "A love supreme".



A Nob Hill la Grace Cathedral custodisce The interfaith AIDS chapel, al cui interno le colonne raffigurano i simboli di tutte le religioni del mondo -simbolicamente unite nella preghiera contro la diffusione dell'AIDS- e al cui centro è esposto un trittico che raffigura la vita di Cristo eseguito da Keith Haring, morto di AIDS pochi giorni dopo aver finito di incidere il disegno.



L'architettura delle case in questa città vale già il viaggio. Stupendi edifici di legno, praticamente tutti in stile vittoriano essendo stati costruiti -tra l'altro ad un ritmo vertiginoso- dopo il terribile terremoto del 1906, dalle forme armoniose e con colori incredibilmente ben accostati. Alcuni più tenui, pastello, altri più sgargianti, ma in pratica girare per le strade vuol dire continuare ad ammirare questi gioielli che fanno della città un vero museo a cielo aperto. Avrei voluto fotografarli tutti.



Infine Lui, il simbolo di SF, il ponte eretto negli anni '30 ma che esisteva già nell'immaginario dei pionieri che inseguivano il sogno del Far West.. perché per loro entrare nella baia era come aver conquistato l'ingresso per il paradiso, un sogno fatto di oro e sangue, The Golden Gate.



Nonostante sia un pò defilato rispetto al centro della città, dove si erge il Bay Bridge, questo colosso arancio lascia senza fiato per la sua imponenza e per la sua scenicità. E' una costruzione mastodontica ma familiare, possente ma indulgente, massiccia ma rotonda. Un invito a percorrerlo in bici, a piedi, in auto...a voltarsi indietro per ammirare la città e nel contempo guardare avanti per lasciarsi cullare dalle forme della Baia.

21/05/2011

Postcards from SF

Alamo Square e dintorni sono posti dove sostare sull'erba ad attendere il tramonto inondare d'oro la skyline incredibile che si staglia di fronte. E poi...scollinare..al prossimo post.

19/05/2011

2nd chorus: in the company of best friends there is never enough wine

Come non essere d'accordo con Kerouac. Ma a North Beach, nato come il quartiere italiano della città, il vino certo non manca. Numerosi caffè e ristoranti propongono menù che spaziano dalle pappardelle alla lepre toscane alla caponata siciliana (i piatti non li ho assaggiati, ma ho notato che sono scritti correttamente nella carta, ed è un buon segno). Ma c'è anche altro: negozi di artisti locali che propongono le magliette dai marchi più svariati (come ad esempio "SanFranpsycho"), negozi di dischi e strumenti musicali, boulangeries dove gustare ottimi dolci a colazione (di mattina non ce la posso fare con le famose scrambled eggs che qui impazzano).

   

A Washington Square di buon mattino (a causa del fuso i primi giorni ero per strada già alle 7) ci si imbatte in gruppetti di cinesi attempati che praticano il tai chi. E poi è il quartiere beat, dove sono passati tutti, da Kerouac a Ginsberg, da Cassady a Burroughs, a Ferlinghetti, storico editore che ha fondato la City Lights Books, dove, va da sè, ho speso una buona mattinata, mentre il vecchio Lawrence si aggirava tra gli amati scaffali. Chiaramente ne sono uscita col bottino: una copia di "Howl and other poems"di Ginsberg, manifesto beat edito coraggiosamente da questo editore negli anni '50 e che gli costò la censura e anche un processo per il contenuto giudicato osceno del poema (processo che poi finì con l'assoluzione).



Ci si incontrava tra un bicchiere e l'altro al Vesuvio Cafè, un locale dove sembra davvero che ad un tavolino ci si possa ancora imbattere in qualche protagonista di quella fortunata stagione.



La città è tutta un meraviglioso saliscendi, che produce spettacolari panorami. Uno di questi si vede dalla Coit Tower che è il simbolo di North Beach.

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