23/11/2011

Pollo al cartoccio con mele e miele e riso in salsa tahin

Parlando su skype con una mia amica, nella rubrica "scambio di idee per la cucina" è venuto fuori questo pollo al cartoccio con miele e mele della bravissima Giovanna di Lost in kitchen, un blog che ho iniziato a seguire fin dalla sua apertura dopo la fine dell'avventura sui forum di cucina (di cui una volta ero assidua frequentatrice, e dove ebbi modo di conoscere la sua arte culinaria e di apprezzare anche la sua simpatia).
E, siccome avevo tirato fuori il pollo da cucinare per stasera, quest'idea m'è parsa cadere proprio "a fagiuolo".

Ho seguito alla lettera la ricetta che ho linkato.
Per contorno ho preparato del riso con salsa di tahin. Il riso è semplicemente cotto a partire da acqua fredda (l'usanza di cuocere il riso in acqua bollente, a mo' di pasta, è tutta italiana e secondo me penalizza molto il chicco, per cui io seguo la modalità orientale, e noto una grande differenza di resa). 
Dopodichè ho unito 2 cucchiai di tahin, 5-6 di acqua, 2 di aceto di riso e 2 di salsa di soia e ho fatto amalgamare il tutto in una padellina a fuoco basso (finalmente ho inaugurato il barattolo di tahin che giaceva nella dispensa da un paio di mesi..). Ho messo il riso in cocottine giusto per dargli la forma a cupola e ho condito con la salsa ottenuta. 
Il pollo ha un sapore dolciastro ma la cottura nel cartoccio esalta anche l'odore delle erbe; il tutto si sposa bene con il tahin che ricorda un po' le noci tostate (o vagamente il burro di arachidi). Un piatto veloce ma con gusto deciso, e per me che amo creare (e provare, soprattutto) contrasti di sapore è stata una bella scoperta.


Alla prossima puntata della rubrica, Clo!







16/11/2011

Zuppa di pesce alla portoghese (Caldeirada de peixe)

Da quando sono qua ho conosciuto la garoupa, un pesce che in Italia credo non esista e che è una specie di cernia dalle carni pregiate e saporite che viene impiegata in zuppe o cotta alla piastra.
Io ho preparato questa zuppa alla maniera portoghese, con:
una fetta di garoupa di circa 300 grammi, un merluzzetto di 300 gr, una decina di gamberi, 2 patate medie, 1 carota, mezza cipolla, uno spicchio di aglio, un pezzo di peperone rosso, 3 pomodori succosi, sale, paprika, olio, un bicchiere di vino bianco e prezzemolo (ci andrebbe il coriandolo, ma già conoscete il mio punto di vista).

Ho fatto rosolare un po' la cipolla e l'aglio, poi ho aggiunto le patate a tocchetti e la carota a rondelle grosse, i pomodori, il prezzemolo e il pezzo di peperone a dadini aggiungendo acqua fino a coprire il tutto e lasciando cuocere circa 20 minuti. A parte intanto ho preparato un fumetto con gli scarti del pesce e i carapaci e le corazze dei gamberi; poi ho aggiunto in pentola la garoupa a pezzi, il merluzzo pulito e il vino bianco ed ho lasciato andare per 15 minuti. 
Man mano che l'acqua si ritirava allungavo la zuppa col fumetto, aggiustando di sale e di paprika (un pizzico). Infine ho aggiunto i gamberi, tenendo presente che per una cottura ottimale non devono stare sul fuoco più di qualche minuto e che la tradizione portoghese vuole che la zuppa rimanga abbastanza brodosa (al contrario del nostro caciucco, ad esempio, che deve avere una consistenza densa e sostenuta).
Alla fine ho spolverato con prezzemolo e fatto riposare qualche minuto prima di servire.

E questo è il risultato. 



Nei ristoranti viene servita nelle caratteristiche pentoline di alluminio col coperchio (anzi, date le porzioni sempre abbondanti, dovrei dire pentoloni) e con un mestolo, in modo tale che il commensale possa servirsi da solo -più volte- e nel frattempo tenere in caldo la zuppa.
Attenzione a non chiamarla sopa però (che per noi significa zuppa): vi direbbero che non c'entra nulla. 
E avrebbero ragione, perché la zuppa (sopa) è una crema di verdure che qui viene consumata sempre, tutti i giorni tutti, primavera-estate-autunno-inverno, prima della portata principale. Un piatto quattro stagioni, insomma...il che fa un po' specie nelle impietose giornate con 40 gradi.



08/11/2011

Incontri ravvicinati del primo tipo/ 1: uno schermo in carrozzina

Passeggiando per il mio quartiere mi sono imbattuta in questo posto dove, forse, riparano elettrodomestici. 






Non si capisce bene da dove spunti quella catena, cioè se serva in qualche modo come antifurto o cosa.

Ma meglio non dare nulla per scontato, specialmente dati i bizzarri personaggi che popolano il quartiere.
E poi..cosa vuoi che riparino là dentro?!
Sarà qualcuno che, uscito a fare due passi con la carrozzina, passando davanti casa dell'amico ha parcheggiato un attimo fuori ed è entrato a salutarlo.




02/11/2011

Illusioni di Vik

Vik Muniz è un artista brasiliano che vive e opera negli Stati Uniti da ormai più di vent' anni e di cui è in mostra una retrospettiva fino al 31 Dicembre al Museo Berardo del CCB qui a Lisbona (entrata libera).

L'artista fa uso dei materiali più disparati per comporre le sue opere, dai diamanti (prima immagine) al caviale, dalla carbonella alla carta (altre tre immagini), al cioccolato, zucchero, marmellata, burro di arachidi, pigmenti di colore.
Il risultato a mio avviso è stimolante, oltre che per la natura insolita delle creazioni, perché spesso da un solo abbozzo viene fuori un'opera che l'occhio riesce prontamente a percepire nella sua tridimensionalità.








"I want to make the worst possible illusion that will still fool the eyes of the average person. Something so rudimentary and simple that the viewer will think, 'I don't believe what I'm seeing, I can't be seeing this, my mind is too sophisticated to fall for something as silly as this'. Illusions as bad as mine make people aware of the fallacies of visual information and the pleasure to be derived from such fallacies. These illusions are made to reveal the architecture of our concept of truth. They are meta-illusions".
         La parete frontale dell'ultima sala è dedicata alla foto di WWW, un'installazione realizzata nel 2008 con tutte le componenti di un pc (di tanti pc).                              
        

Uno dei suoi progetti a mio avviso più interessanti si chiama "Pictures of Garbage".
I soggetti di queste foto sono i catadores della discarica di Jardim Gramacho a Rio de Janeiro, una delle più grandi al mondo.
I catadores sono addetti a setacciare la discarica per raccogliere tutto il materiale "interessante" che vi trovano, rivendendolo poi alle ditte di riciclaggio a prezzi irrisori (ad esempio, per un chilo di plastica riciclata ricevono 20 centesimi). 
Questo lavoro degradante, che tiene impegnato più di un milione di persone degli strati miserrimi della popolazione, ha reso il Brasile leader mondiale nel riciclaggio dell'alluminio: primato lodevole (a quale caro prezzo! questo contesto mi ha fatto riflettere su cosa spesso si possa nascondere davvero dietro la storia del riciclo).

Tra le foto di questo progetto che sono esposte, vi è la trasposizione de "La mort de Marat" di David.

                         

                                           
Vik ha operato per due anni a stretto contatto con queste persone, coinvolgendole nel suo progetto artistico e riscattandole in qualche modo dalla loro condizione, trasformandole in protagoniste di opere d'arte (inoltre tutto il ricavato delle vendite delle foto è andato a loro). 
Il progetto è stato filmato ed è documentato in "Lixo Extraordinario" (Spazzatura straordinaria, in inglese tradotto come "Waste Land").



                                           




29/10/2011

Down in Mississippi

L'altra sera sono stata alla rassegna annuale di cinema documentaristico Doc Lisboa a vedere "Blue Meridian", atto secondo della trilogia "American Water" della giovane regista belga Sofie Benoot dedicato ai luoghi dimenticati eppure storicamente e culturalmente importanti degli Stati Uniti. 
Questa volta Sofie ci porta negli stati del Sud Est , nel cuore nero di Mississippi e Louisiana. Il viaggio parte da Cairo (sud Illinois), punto di confine tra Nord e Sud, dove i fiumi Mississippi e Ohio si incontrano, città evacuata qualche mese fa a causa di una spaventosa inondazione.
Si viene così subito proiettati nel viaggio che ci aspetta, attraverso zone che al tempo dei commerci fluviali erano prospere e che ora  sono a rischio scomparsa. 
Eppure la gente di quei luoghi "sa come fare per andare avanti, ha tutto ciò di cui ha bisogno", ci dicono.

Seguendo il corso del fiume l'occhio della telecamera, che spesso indugia su alcuni dettagli come case abbandonate, ex capannoni industriali decadenti, ci rende partecipi di una realtà  dura ma che non è morta, che vive, che vuole vivere.
La manifestazione del dolore è nei volti delle persone, nei luoghi tremendamente spogli e spesso degradati, sovrastati da un cielo e  un'acqua grigi e pesanti.

Ma nelle parole della gente è viva la speranza di migliorare la propria condizione (non necessariamente sulla terra) e un attaccamento ai propri luoghi  "perché qui al Sud siamo diversi: a Nord sono tutti yankees, la gente più arrogante sulla faccia della Terra", e un invito a non lasciarli morire, quei luoghi, un invito ad amarli.  
A sperare, a non mollare.
Questa gente ha fede ed invoca il suo Lord fin dai tempi delle preghiere degli schiavi neri piegati nei campi di cotone; lo spiritual, il blues, tutto è impregnato di simboli e di soprannaturale, in quest'area galleggiante sul fiume imperioso, che anno dopo anno si mangia un pò della terra, con la sua forza, a volte anche con la violenza dell'uragano, violenza stampata nel ricordo di chi è stato risparmiato.

Il viaggio si apre con la preghiera "Amazing grace" e si chiude con una testimonianza di un abitante che ci racconta che la sua terra si trova già diversi metri sott'acqua e che secondo lui  "tra 40 anni qui non sarà rimasto più nulla". 

Forse.
                    


                        




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