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29/09/2012

La patata dolce di Aljezur incontra il tonno

Aljezur è un paesino dell'Algarve, la regione più meridionale del Portogallo, quella dove ogni estate si riversano frotte di lisboeti (e non solo, anche di spagnoli, tedeschi ed inglesi) per le vacanze estive. Essendo vicina all'Alentejo, quest'estate ci sono andata anch'io a farci una capatina, mentre mi trovavo qui e qui, se ricordate. E ho scoperto che lì  da secoli si coltiva una patata dolce I.G.P., secondo la leggenda addirittura da prima che fosse scoperta l'America, da dove invece la storia vuole si sia importato il tubero nel resto d'Europa,  in tutte le sue declinazioni, dolci e non. 

Comunque sia, la patata dolce di Aljezur, dalla polpa giallo-arancio, è la regina della cucina da quelle parti. Già prima di andarci avevo notato che a Lisbona si trova ovunque, sia nei mercati che nei negozi, che nei menu di molti ristoranti, ma avevo collegato questo fatto principalmente ai contatti commerciali col Brasile, che rendono molto comune qui la reperibilità di alcuni alimenti, come ad esempio la tapioca, il latte di cocco, l'olio di palma e via dicendo. 
Invece la patata dolce si coltiva anche in casa. Addirittura a Novembre c'è il festival a lei dedicato, chissà che Oceansthree non riesca a farci un saltino...

Insomma, bando alle ciance, da quella volta ad Alejzur, m'era frullata in testa l'idea di cominciare ad usarla in cucina, abbinandola, come ho visto fare in alcuni locali di Lisbona -cosa che peraltro avevo apprezzato non poco- a pesce o carne.
E così è stata la volta del tonno. Appena ne ho trovato di fresco al mercato, mi sono fiondata ai fornelli e in venti minuti ho tirato fuori questo. Il filetto di tonno scottato con salsa di aceto balsamico e succo d'arancia guarnito da granella di pistacchio, con contorno di patate dolci. Il nome è lungo ma la preparazione è rapida e semplice. 
Non ci sarà il pistacchio di Bronte, ahimè, ma ho la batata doce de Aljezur. Tiè!




Ingredienti: 400 gr di filetto di tonno non tagliato molto grosso, succo di mezza arancia, 3 cucchiai di aceto balsamico, un cucchiaino di fecola di patate, una manciata di pistacchi ridotti in granella, 2 patate dolci, e se non sono di Aljezur vi perdonerò. Qualche fogliolina di menta per guarnire, un pizzico di sale, qualche goccia di olio di oliva extravergine, un soffio di pepe (meglio se rosa).
Procedimento: lavate le patate, tagliatele a rondelle e cuocetele in acqua poco salata. Saranno cotte in venti minuti circa, dopodichè togliete la buccia, operazione a questo punto facilissima, quindi mettetele da parte. Nel frattempo mischiate l'aceto, il succo d'arancia e la fecola e addensate in padella a fuoco basso per 1 minuto. Filtrate se necessario (se ci sono grumi). Scaldate l'olio in padella antiaderente e fate cuocere il filetto da una parte e dall'altra, salando e pepando. Non dovrà cuocere moltissimo perché sennò diventa stopposo. Se avrete avuto l'accortezza di farvelo tagliare non troppo grosso in 3 minuti per parte il tonno sarà cotto e al contempo sarà rimasto anche tenero. Altrimenti, ehm...buona masticazione! Oppure lo manterrete crudino all'interno, come si usa fare. Io però non potevo mangiare tonno crudo e allora ho dovuto bypassare con l'espediente che vi ho detto. 
Quando sarà pronto, impiattatelo, aggiungete le rondelle di patate, condite il tutto con abbondante salsina all'aceto e arancia, e guarnite con granella di pistacchio e foglioline di menta.
Si potrebbero anche mantenere le patate un po' più dure e ripassarle in padella nell'olio del tonno. Io ho optato per la versione leggermente più light, stavolta.

Secondo me l'arancia ci sta benissimo. La batata doce pure, e ora che mi ha definitivamente conquistata... a me!






04/09/2012

Io e la parmigiana di melanzane

E' da diverso tempo, ossia dal giorno in cui vi raccontai la storia di una caponata, che penso anche a quest'altra, sempre legata ai bellissimi anni bolognesi, che, se ancora non si fosse capito, non me li scollerò di dosso mai.

Erano i primi anni di università, ed era estate. Il tempo in cui si usciva in gruppo con tutti, poi con gli anni sono rimasti solo gli amici veri, e molti si sono persi per strada. A Bologna era facile che succedesse: in una città così viva e studentesca c'era sempre qualcosa da fare, un posto dove andare, un gruppo di persone con cui uscire, la casa di qualcuno dove andare a studiare o a mangiare.
Ed io quell'estate avevo una casa bellissima con un terrazzo in pieno centro storico, quello coi portici colorati di rosso che ti abbracciano e riparano dalla pioggia e dal sole impietoso. 
Una sera decidemmo di organizzare una cena da me, ed io mi cimentai con la parmigiana di melanzane. Non so come mai scelsi proprio quel piatto, che tra l'altro non è affatto veloce da preparare, specie quando ti si presentano a casa in venti, e si soffre anche abbastanza a friggere e ad accendere il forno d'estate con mille gradi fuori. Non era neanche una ricetta della mia famiglia, per dire, fu proprio un'idea che mi balenò in testa, e non l'avevo mai fatta prima. Non sapevo nulla di teorico, fu puro istinto.

Quando la portai in tavola tutti restarono meravigliati: non se lo sarebbero mai aspettati, quei giovani studenti abituati alla pasta col tonno preso direttamente dalla scatola o alla tristissima pizza d'asporto effetto frisbee. 
Non scorderò mai cosa mi disse una ragazza leccese dopo averne assaggiato un pezzo: "Sa proprio di casa!". Mi fece un piacere immenso, perché in fondo, e forse fu quella volta che lo capii, per me questo vuol dire cucinare: riuscire a ricreare, ad inventare con un profumo o un sapore tutta una vita, una storia personale, come avviene al temibile critico gastronomico Anton Ego in Ratatouille.

E così la parmigiana divenne il mio cavallo di battaglia: dopo quella prima volta ne vennero altre cento, in tutte le case che cambiai negli anni dopo, ed era sempre un successo. C'erano a volte anche impavidi amici aiutanti che trascorrevano i pomeriggi a casa con me per impanare le fette di melanzana. E qualcuno particolarmente attento mi chiedeva anche una maglietta per non impuzzonirsi di fritto. Alla frittura comunque ci ho sempre pensato io, uscendo ben profumata da ore di dure sessioni.
Ma che bellezza quelle cene! Friggerei per altre mille volte ancora, se potessi!

Diversi anni e città dopo, la ricetta è sempre questa, anche se ora la cucino molto di rado.
Per una teglia media:
Due melanzane sode e tonde medie, diciamo sui 400 grammi in totale
Sugo al pomodoro corretto con un po' di zucchero
Due mozzarelle
Formaggio vaccino grattugiato 
Cipolla
Uova
Farina
Sale, olio, basilico

Tagliate le fette di melanzana a rondelle non molto spesse e passatele nell'uovo sbattuto e nella farina. Friggetele, salatele ed adagiatele su carta assorbente. Anatema? Beh, potete grigliarle, ma sappiate che non sarà la stessa cosa, no, no, no e no. E comunque aggiungo che se la frittura è fatta a modo non vi resterà sullo stomaco.
Preparate il sugo al pomodoro con la cipolla: io ne correggo sempre l'acidità con un po' di zucchero, cosa che specie all'estero fa la differenza, ma anche in Italia col pelato serio vi assicuro che lo zucchero fa magie.
Disponete le melanzane fritte in una teglia, alternandole a strati con la mozzarella, il sugo, il formaggio ed il basilico, fino ad esaurimento degli ingredienti. L'ultimo strato superficiale fatelo ben formaggioso così si formerà l'irrinunciabile goduriosa crosticina.
Infornate a forno alto (200°C) fino a quando vedrete che il liquido del sugo si sarà assorbito, e accendete il grill all'occorrenza per farla gratinare.
Servite tiepida. Non vi auguro la mia sorte: per fronteggiare le fameliche orde, mi toccava impiattarla bollente.
Meno male che ho le mani di amianto! Però la melanzana non teneva la forma, ed inoltre raffreddandosi diventa molto più saporita.
La leggenda infatti narra che sia molto migliore nei giorni seguenti, ma pochi eletti conoscono il segreto dell'effetto del tempo su tale piatto.









Scarpetta garantita e raccomandatissima.











01/04/2012

Polpettine di sgombro e spaghetti. Gnam gnam.

Oggi è Domenica, proviamo a farci un piatto che sa di Domenica, anche se io non sono mai stata una gran pastarola, italiana degenere che non sono altro.
Ma mi metto ai fornelli, se non altro per ricordare quell'odorino di sugo che bolliva nel pentolone delle Domeniche di quando mi svegliavo a mezzogiorno e praticamente facevo colazione coi fusilli. 
E quando mi andava male trovavo mia madre che mi costringeva a sistemare i fusilli l'uno accanto all'altro in ordine, con perizia certosina. Quanti fusilli uscivano da quelle mani? Millemila? Non ce la facevo più, erano troppi, quei cilindrini cavi di pasta esanimi sui vassoi di carta, ordinati e perfetti. Basta!

E allora...mumble mumble. C'è  uno sgombro in attesa, con cui decido di farci delle polpettine.
Primo passo: lo sgombro bisogna sfilettarlo. Ahi, come soffro! Soffro terribilmente, soffro! Uno strazio, la sfilettatura. Me misera! Me tapina! 
Ma con un po' di pazienza, spine di qua e spine di là, se ne viene a capo. Del resto, non sono mica una pivella. Tsk tsk.
Poi tagliuzza i filetti ottenuti e impastali con un paio di cucchiai di pan grattato, altrettanti di formaggio grattugiato, un uovo, pizzico di pepe, pizzico di sale, prezzemolo, un pochino di aglio e due cucchiai di acqua per scongiurare il problema secchezza. Indi forma delle palline e tuffale in olio bollente. Una girata  ed una voltata. Whew! Sono pronte. 




Nel frattempo si son fatte le due del pomeriggio, gurgle gurgle.
In una pentola avrete messo a fare un sughetto al pomodoro sciuè sciuè, ma neanche tanto, perché ultimamente avete trovato in un supermercato -udite udite- la passata di pomodoro Mutti: gaudio e tripudio! 
Sugo di pomodoro sublime!

"O pomodoro che sgorghi dal sole bollente
cuoci nel forno emanando un profumo fragrante
tu che vivi in lattine chiuso ermeticamente
e che crescendo ti bagni alla pioggia battente
con la tua buccia che è sempre di un rosso brillante
tu che sublime condisci la pasta che è al dente...

["Ode al pomodoro" di Paperino]


Quindi il sugo vi deve venire buono per forza, ma comunque un pizzichino di zucchero ce lo metti, non si sa mai, l'acidità è subdola. Dopo 15 minuti di cottura tuffaci le polpettine di sgombro e fai pippiare la pentola per un'altra ventina di minuti.
Eh sì, l'idea diabolica è di farci un sugo per spaghetti.
Per le imperiali budella di Giulio Cesare, Elle, che piatto è mai questo?
Spaghetti al pomodoro con polpettine di sgombro, crepi l'avarizia!





Gnam Gnam!


"...e mentre il sole rosseggia al pianoro
ti dedico un'ode, o pomodoro!"

[sempre Paperino]

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Grazie Cimino! Hai scritto i fumetti con cui sono cresciuta, quelli che mi comprava mia nonna, quelli ci prestavamo tra amiche e che leggeva anche mia madre. 
Certe espressioni sono nel mio lessico quotidiano. 





27/02/2012

Storia di una caponata

La caponata siciliana è un piatto tradizionale che sa di pranzi in famiglia, di giornate estive e di donne chine in cucina a friggere le melanzane il cui odore si spande per le strade assolate.
Per me è però molto di più. Negli ultimi anni di università le cene bolognesi si aprivano  e venivano scandite immancabilmente a colpi di mitici vasetti sottovuoto provenienti proprio dalla Sicilia e prodotti dalle amorevoli e sapienti mani di una zia che aveva ereditato l'arte da una nonna che conosceva tutti i segreti della cucina palermitana.
Aprire un vasetto di caponata voleva dire tuffarsi in un mondo di profumi generosi, era come sciogliersi negli abbracci da cui non vorremmo staccarci mai.
Gli amici ne andavano tutti matti, con le loro grosse cucchiaiate nel barattolo (altro che nutella).
Al punto che qualcuno ci fece anche indigestione...ma, nonostante le sofferenze, al solo pensiero di un unico, piccolo, minuscolo cucchiaino di caponata c'è chi ancora va in visibilio.

Oceanstwo ha la missione di diffondere il culto della caponata sicula, e quindi ne lascia traccia al suo passaggio. Ricordo una trasferta di lavoro in Spagna con vasetto al seguito da lasciare all'amica dell'indigestione, vasetto che raggiunse i segreti uffici universitari madrileni dove sopravvisse poche ore all'assalto di palati spagnoli intenditori.
Ricordo altre trasferte in Baviera col pingue vasetto per deliziare un'amica che era un po' triste e che aveva bisogno di essere tirata su.
Ricordo cene in Toscana con gli amici di Siena ad insinuare l'amore per la magica mistura di verdure, al punto che poi loro stessi provvedettero a produrla in casa.
E altrove, a farla conoscere persino a due simpatici coniugi del Camerun, che volevano imparare a cucinare italiano.
Poi venendo qua lo spaccio di vasetti è stato interrotto.
Stavolta tocca proprio a me in veste di esecutrice diffonderla in terra lusa, così mi ci sono cimentata in vista di una delle ormai famose (!) cene della Domenica, sapendo in cuor mio che non avrei mai uguagliato l'inarrivabile, ineffabile Caponata della zia Rossella.

RICETTA
3 melanzane non enormi (ideali le tunisine)
1 gambo di sedano
2 cipolle
una 10ina di olive verdi
un cucchiaio di capperi piccoli dissalati
200 ml di passata di pomodoro (ideale sarebbe un po' di estratto)
aceto e zucchero (bianchi) secondo la propria sensibilita'
olio evo

Tagliate le melanzane in piccoli cubetti che farete stare ammollo in acqua e sale per un'oretta.
Asciugateli, friggeteli in olio caldo, salateli e mettete da parte.
Sbollentate il sedano tagliato a pezzettini piccoli in acqua e sale. Preparate nel frattempo una pentola con 1 cucchiaio di olio e le cipolle a fettine e fatele appassire con un po' di acqua fino a quando saranno morbide, quindi aggiungete il pomodoro e fate andare per una 20ina di minuti.
In una padella mettete 1 cucchiaio di olio, le olive snocciolate e i capperi e accendete il fuoco. Dopo 5 munuti aggiungete il pomodoro con le cipolle.
Momento topico: la creazione dell'agrodolce. Molto della riuscita del piatto sta in questo passaggio, ma è proprio qua che non ci vogliono le bilance, ma si va a occhio. Indicativamente versate un po' di aceto e 2  cucchiai rasi di zucchero, mescolate ed assaggiate per vedere se vi soddisfa. Altrimenti poco alla volta aggiungete altro aceto e zucchero.
Unite le melanzane mescolando per amalgamare il tutto.
Servite fredda. Possibilmente a cucchiaiate!



Alla fine ha superato la prova.  E se lo dice uno che è cresciuto con quella vera, io mi devo fidare.
Eh sì, forse sarò anche riuscita in parte a catturare qualche nota...ma il dolce cloc del vasetto che si apre... quello è un suono irriproducibile.




16/01/2012

Vino rosso dentro (e fuori) una torta al cioccolato

Metti che per una cena tra amici di una domenica sera venga voglia di pasticciare. 
Spulciando tra le ricette una ti stuzzica su tutte: la torta al vino rosso e cioccolato. E ricordi che avevi mangiato qualcosa del genere un'unica volta anni prima, ad una festa nelle colline toscane. 
E allora perché non provare?

Tutto quello che serve è:
180 g di zucchero di canna+ 50 di zucchero bianco
2 uova intere e un tuorlo
170 ml di vino rosso (la ricetta che ho trovato prevedeva 70 ml, ma a me francamente pareva una quantità irrisoria, allora ho alzato il gomito, ed ho usato una Touriga Nacional / Cabernet Sauvignon 14% -un giorno parlerò dei vini portoghesi-)
150 g di farina 00
60 g di cacao amaro (la ricetta ne prevedeva meno, ma per compensare l'alzata di gomito...)
1 bustina di lievito
cannella e semini di vaniglia ad libitum, 1 pizzico di sale
100 ml di olio di semi di arachidi (invece del burro, perché lo preferisco, in quanto rende l'impasto più soffice e lo mantiene tale a lungo).

Mescolate le polveri da una parte e i liquidi con le uova da un'altra. Non vi dispiacete troppo per il fatto di dover sacrificare tutto quel vino: va nel dolce, mica lo state buttando (anche se presumibilmente l'alcol evaporerà tutto in cottura, pazienza). Unite i due composti amalgamando bene e cuocete in forno a 170° per 40 minuti. Una volta raffreddato, spolverizzare con zucchero a velo. E' di certo più divertente se al supermercato trovate una confezione carina e vintage come quella che ho trovato io, con l'elefantino.


L'ho accompagnato con una cremina di quark e zucchero a velo (il quark è un formaggio simile alla philadelphia, meno compatto e un po' più acido) e con dei lamponi.

Domanda fatidica: si sente il vino? 
Risposta diplomatica: Il vino esalta il sapore del cioccolato e lascia un aroma persistente (la torta emanava dei profumi tentatori specie quando era calda...è stato un attentato continuo da quando l'ho sfornata la mattina fino alla sera quando è stata fatta fuori). 
Risposta del dopo cena: Se mangiate la vostra fetta la sera dopo una cena durante la quale vi siete scolati mezzo litro di vino rosso difficilmente sentirete alcunché, ma la torta scenderà bene ugualmente. Ha una bella consistenza liscia e umida. Alcuni faranno anche il bis.
Risposta del giorno dopo: Si sente ed è piacevole, esalta il sapore del cioccolato ecc ecc, ma credo che come dolce sia meglio come dopo pasto piuttosto che da inzuppare nel latte. 

Quindi se voleste discernere il sapore del prezioso liquido nel dolce l'ideale sarebbe gustarlo dopo una cena sobria. Non me la sento di consigliarvelo però, perché sarebbe una cena triste.



Quindi il tocco fusion della serata: l' unica foto di una fetta servita in elegante piatto di plastica, robe che una foodblogger seria si andrebbe a nascondere! Meno male che non lo sono.
(Gentile concessione di Silvia Fmv).




08/01/2012

La pizza dal vangelo secondo me

La pizza è un alimento conosciuto in tutto il mondo, imitato, reinventato, copiato, stroppiato ahimè. Una volta qui mi è capitato di andare a pranzo con alcuni colleghi che promettevano pizze strabilianti e calzoni succulenti in un ristorante italo-indiano (concetto fusion abbastanza diffuso in città), mentre noi italiani storcevamo il naso diffidenti. E infatti. Nel menù, resteranno indimenticate la "pizza galletto" (con pezzi di pollo) e la pizza "mafiosi" con un'accozzaglia di ingredienti tale da rientrare nell'estetica kitsch culinaria.
Ora, d'accordo che il frango qui è sul podio delle carni e ok, lo sanno fare anche bene arrostito, ma come spiegargli che il "galletto" non va d'accordo né con la pizza né con la pasta? 
Le penne galletto erano in bella vista nel menù, e ho scoperto che nell'intimità delle loro cucine i portoghesi ne preparano pentoloni.
La pizza è un credo, ed io, rispettando le mie origini campane, professo la mia fede napoletana. Del resto, paese che vai pizza che trovi, anche in Italia: ognuno ha la sua ricetta.
Ho vissuto in città ostili al magico impasto di lievito e farina: a Bologna le pizze mediamente dopo 5 minuti erano buone solo per giocarci a frisbee; a Siena avevo scovato la mia pizzeria verace napoletana con forno a legna, ed era solo quella (i toscani increduli non potevano concepire come a me piacesse una pizza che sotto "non fosse ben cotta", ma loro sono vittima di un atavico imbroglio che li porta a confondere la pizza col cracker, poveri); a Pavia ricordo una triste pizza  take away che faceva pendant con le tristi strade di una città deserta di fine luglio. 
Però a Milano ho mangiato una bufala da urlo. Normale, ormai, la pizza è l'emblema del cibo globalizzato: manco a dirlo, tra i pizzaioli più bravi del mondo c'è stato anche un giapponese. 


Ogni tanto comunque me la faccio da me. La ricetta la scovai anni fa su un forum di cucina, dove una paziente ed imperterrita napoletana trapiantata fuori aveva meticolosamente fatto e rifatto esperimenti scientifici per riprodurre una pizza che fosse il più simile possibile a quella "vera".
La ricetta prevede (per 4-5 pizze tonde: eh sì, se faccio la dose intera dopo mi tocca mangiare pizza per 3 giorni di fila):
800 gr di farina 0 (chi può scegliere userà una media forza W 240-260)
16 gr di lievito fresco (panetto)
50 cl di acqua tiepida
25 gr di sale (1 cucchiaio colmo e un altro pochino)
Tutto qua. Niente olio, niente latte, niente fecola. Se ci mettete uno di questi ingredienti, non fatemelo sapere: sono una talebana della pizza, non me lo scorderei.

Mescolate l'acqua tiepida con il lievito e poi aggiungete 100 gr di farina. In seguito aggiungete anche la farina restante col sale e cominciate a lavorare la pasta (se dovesse risultare troppo appiccicosa, ritoccate con un altro po' di farina). Quando la pasta sarà pronta (circa 20 min di impasto), mettetela a lievitare al caldo. Io di solito la copro con uno strofinaccio e la avvolgo in una coperta calda. Scordatevene per un'ora.
Trascorso tale tempo, ricordatevi della creatura sotto le coperte e andate a vedere come sta. Fatele i complimenti per com'è cresciuta bene e senza farle troppo male formate 4-5 panetti che coprirete con la solita coperta e dei quali vi scorderete per un'altra ora e mezza.  In realtà, dopo 40 minuti dovreste andare a ricomporre il panetto, cioè prendere la pallina di pasta con le mani infarinate e chiuderlo sotto a fagottino (procedimento che serve per sviluppare i gas che formeranno il cornicione), ma se non lo fate vi perdono. Sotto sotto ho un cuore d'oro. E il cornicione viene lo stesso. 
Intanto avrete acceso il forno al max della temperatura. 
Stendete la pasta partendo dal centro e andando verso i bordi su un'adeguata teglia leggermente unta (io ne ho comprato una favolosa antiaderente coi buchi sotto che fa passare il calore in maniera uniforme, ma per anni ho fatto senza), condite a piacimento e mettete a cuocere. Dopo 5 minuti accendete anche il grill. 
Se tutto va bene e il forno collabora la pizza è pronta in una decina di minuti, comunque attendete fino a quando non sarà dorata.
Tagliatela e azzuffatevi per assicurarvene un pezzo. Non badate alle ustioni che vi procurerete: fanno parte del folklore.

Vi presento la mia creatura:




19/12/2011

Baccalà con gamberi e carote - Bacalhau com camarão e cenoura

Qui il bacalhau (da pronunciarsi bacagliau), o come simpaticamente dicono gli italiani in viaggio in terra  lusitana "baccalau", si sa, è una pietanza diffusissima. Esistono interi negozi specializzati nella vendita, e ne esistono di tutte le forme e di tutti i modi: salato, ammollato, desfiado, a pezzi, a pezzettini, intero che viene segato al momento dell'acquisto con apposite seghette elettriche.. e chi più ne ha più ne metta. 
L'odore presente nei negozi in zona baccalau spesso è forte, ma bisogna dire che una volta finito nel piatto è delizioso, nonchè molto diverso da quello che gira in Italia (più tenero, non stopposo, non colloso e non salato -certo, la quantità di sale residua dipende dalla procedura di ammollo). 



I miei amici che mi son venuti a trovare che l'hanno assaggiato anche storcendo il naso inizialmente ne sono rimasti piacevolmente stupiti.
Si dice che furono i navigatori coi loro marinai nel '500 che solcavano le acqua atlantiche del nord a cominciare a pescarlo e a metterlo sotto sale per le provvigioni di viaggio. Comunque sia, da allora il suo consumo è rimasto intatto, e attualmente il Portogallo è il maggior importatore di baccalà norvegese al mondo, ed esistono millemila modi di prepararlo (persino sulla brace). 
Una maniera tipica è di utlizzarlo per cucinare dei gustosi sformati; per quello che ho fatto io ci vogliono:

400 gr di baccalà ammollato 
3 patate medie
30 gr burro
mezzo bicchiere di latte
1 carota  grande
200 gr gamberi sgusciati
sale, pepe, olio
1 cipolla
alloro, prezzemolo, formaggio vaccino grattugiato e un pugno di pangrattato

Cuocete il baccalà con due foglie di alloro, scolatelo, toglietegli le spine e riducetelo a pezzetti (l'alloro a questo punto non serve più). Fatelo insaporire in un po' di olio e cipolla e aggiustate di pepe.
Intanto cuocete le patate e passatele, poi aggiungete il burro e il latte mescolando bene fino ad ottenere una crema.
In una padellina fate saltare 2 minuti i gamberi sgusciati con un filo di olio, sale, una spruzzata di vino bianco e prezzemolo. Grattugiate la carota e mescolate tutti gli ingredienti, come per fare un timballo. Ricoprite la superficie con formaggio grattugiato e pangrattato e mettete in forno a 180° per 20 minuti circa (la superficie deve dorarsi). 
Più facile da farsi che da dirsi!





E curiosamente oggi a lavoro ho appreso che in maniera del tutto informale e scherzosa due portoghesi che si conoscono bene quando si incontrano si salutano a volte dicendo "Bacalhau!"

23/11/2011

Pollo al cartoccio con mele e miele e riso in salsa tahin

Parlando su skype con una mia amica, nella rubrica "scambio di idee per la cucina" è venuto fuori questo pollo al cartoccio con miele e mele della bravissima Giovanna di Lost in kitchen, un blog che ho iniziato a seguire fin dalla sua apertura dopo la fine dell'avventura sui forum di cucina (di cui una volta ero assidua frequentatrice, e dove ebbi modo di conoscere la sua arte culinaria e di apprezzare anche la sua simpatia).
E, siccome avevo tirato fuori il pollo da cucinare per stasera, quest'idea m'è parsa cadere proprio "a fagiuolo".

Ho seguito alla lettera la ricetta che ho linkato.
Per contorno ho preparato del riso con salsa di tahin. Il riso è semplicemente cotto a partire da acqua fredda (l'usanza di cuocere il riso in acqua bollente, a mo' di pasta, è tutta italiana e secondo me penalizza molto il chicco, per cui io seguo la modalità orientale, e noto una grande differenza di resa). 
Dopodichè ho unito 2 cucchiai di tahin, 5-6 di acqua, 2 di aceto di riso e 2 di salsa di soia e ho fatto amalgamare il tutto in una padellina a fuoco basso (finalmente ho inaugurato il barattolo di tahin che giaceva nella dispensa da un paio di mesi..). Ho messo il riso in cocottine giusto per dargli la forma a cupola e ho condito con la salsa ottenuta. 
Il pollo ha un sapore dolciastro ma la cottura nel cartoccio esalta anche l'odore delle erbe; il tutto si sposa bene con il tahin che ricorda un po' le noci tostate (o vagamente il burro di arachidi). Un piatto veloce ma con gusto deciso, e per me che amo creare (e provare, soprattutto) contrasti di sapore è stata una bella scoperta.


Alla prossima puntata della rubrica, Clo!







16/11/2011

Zuppa di pesce alla portoghese (Caldeirada de peixe)

Da quando sono qua ho conosciuto la garoupa, un pesce che in Italia credo non esista e che è una specie di cernia dalle carni pregiate e saporite che viene impiegata in zuppe o cotta alla piastra.
Io ho preparato questa zuppa alla maniera portoghese, con:
una fetta di garoupa di circa 300 grammi, un merluzzetto di 300 gr, una decina di gamberi, 2 patate medie, 1 carota, mezza cipolla, uno spicchio di aglio, un pezzo di peperone rosso, 3 pomodori succosi, sale, paprika, olio, un bicchiere di vino bianco e prezzemolo (ci andrebbe il coriandolo, ma già conoscete il mio punto di vista).

Ho fatto rosolare un po' la cipolla e l'aglio, poi ho aggiunto le patate a tocchetti e la carota a rondelle grosse, i pomodori, il prezzemolo e il pezzo di peperone a dadini aggiungendo acqua fino a coprire il tutto e lasciando cuocere circa 20 minuti. A parte intanto ho preparato un fumetto con gli scarti del pesce e i carapaci e le corazze dei gamberi; poi ho aggiunto in pentola la garoupa a pezzi, il merluzzo pulito e il vino bianco ed ho lasciato andare per 15 minuti. 
Man mano che l'acqua si ritirava allungavo la zuppa col fumetto, aggiustando di sale e di paprika (un pizzico). Infine ho aggiunto i gamberi, tenendo presente che per una cottura ottimale non devono stare sul fuoco più di qualche minuto e che la tradizione portoghese vuole che la zuppa rimanga abbastanza brodosa (al contrario del nostro caciucco, ad esempio, che deve avere una consistenza densa e sostenuta).
Alla fine ho spolverato con prezzemolo e fatto riposare qualche minuto prima di servire.

E questo è il risultato. 



Nei ristoranti viene servita nelle caratteristiche pentoline di alluminio col coperchio (anzi, date le porzioni sempre abbondanti, dovrei dire pentoloni) e con un mestolo, in modo tale che il commensale possa servirsi da solo -più volte- e nel frattempo tenere in caldo la zuppa.
Attenzione a non chiamarla sopa però (che per noi significa zuppa): vi direbbero che non c'entra nulla. 
E avrebbero ragione, perché la zuppa (sopa) è una crema di verdure che qui viene consumata sempre, tutti i giorni tutti, primavera-estate-autunno-inverno, prima della portata principale. Un piatto quattro stagioni, insomma...il che fa un po' specie nelle impietose giornate con 40 gradi.



10/10/2011

Il piatto, il pesce spada e la melanzana

Innanzitutto, un regalo. Mi arriva dal numero two di oceanstwo: il logo per questo blog. 
In maniera del tutto inaspettata ed improvvisa, dopo un'oretta di scarabocchi sospetti -insospettabili tuttavia- ed io l'ho apprezzato tantissimo! 
E dico anche che secondo me ci sta proprio bene, con tutta questa storia di ponti e di oceani.  G r a z i e!


Poi passiamo ad un altro regalo. Oggi mi tratto proprio bene. Il piatto, anzi, i piatti (sono due, identici ma di misure diverse), doni di tre amiche che ho conosciuto a Lisbona, con cui ho avuto modo di brindare varie volte, per esempio qua. Loro hanno capito la mia mania di spadellare e la mia passione per le caccavelle, passione spesso sopita per non accumulare troppe cianfrusaglie (multipli traslochi precedenti docent). 
Ma questi piatti sono troppo preziosi per me, uno perché sono il loro regalo, e due perché questo blu mi ricorda il cielo di Lisbona.
E quindi ormai mi accompagneranno ovunque.





Ancora una volta profumo di Sicilia nell'aria, così ho preparato questo facilissimo piatto di fusilli con pesce spada e melanzane, un must della cucina isolana.
Ingredienti:  200 gr di fusilli, una fetta di pesce spada di circa 200 gr, una melanzana, pomodoro (io ho usato mezzo barattolo di polpa e quasi 1/2 l di passata), una cipolla, vino bianco, timo, menta, pepe, sale, olio.
Procedimento: la melanzana -tagliata a tocchetti- bisogna friggerla, diversamente il sapore verrà nascosto da quello del pesce spada. Una volta fritta, ponetela su carta assorbente per farla asciugare.
A parte affettate la cipolla e fatela imbiondire, poi aggiungete il pomodoro e lasciate cuocere qualche minuto. Pulite il pesce spada e tagliatelo a pezzetti non troppo piccoli, poi cuocetelo col pomodoro sfumando con vino bianco. Aggiustate di sale, pepe e odori. Il pesce spada cuoce in pochi minuti.
Scolate la pasta e saltatela in padella con il condimento, al quale aggiungerete le melanzane fritte in precedenza. 
Il piatto e' alquanto sostanzioso, perfetto per le mie domeniche da "una sola volta ai fornelli".




01/10/2011

Di coriandolo, di alici e di tortini

Sabato mattina, mercatino di quartiere. Mi diverto a vedere questo brulicare di gente indaffarata, questo vociare continuo sui banchetti dai mille profumi. 
Mi lascio tentare dalle verdure freschissime e coloratissime e faccio man bassa. Alla fine chiedo un pò di prezzemolo al venditore, che è felice di regalarmelo (qui è comune che vengano date erbe aromatiche in omaggio al cliente) e mi chiede con aria di chi pensa di potermi fare felice: "Non vuole anche un pò di coriandolo? Eh?". Ehm..no, grazie. Non mi piace avere la fissa di non aver sciacquato bene i piatti mentre mangio (il coriandolo fresco sembra prezzemolo alla vista, ma sa di detersivo per le stoviglie). E dire che stando qua mi sono quasi abituata a non scartarlo se vado a mangiare fuori, quando non è troppo. E dire anche che i semini li ho anche usati in passato -con parsimonia, certo. Ma pensare di portare a casa fronde di coriandolo e usarlo volontariamente, no, questo è ancora troppo per il mio palato amante di basilico e prezzemolo: "No, grazie, non mi piace molto il coriandolo". 
Il tipo mi guarda con aria sgomenta, è allibito, non può credere alle sue orecchie, una marziana è andata a comprare delle verdure da lui stamattina. "Noi portoghesi lo usiamo molto!", si limita a dire. Sì, lo so.

Banchetto del pesce: cosa sarà la petinga? Somiglia ad un'alice, ma non lo è: è soltanto una sardina piccolina. Ma non importa, facciamo finta che siano alici. Mi mancano le alici, qui non se ne trovano, compro le petinghe. 
E ci preparo questo tortino con le patate. Se fossero state alici, questo post si sarebbe chiamato "tortino di alici e patate". 
Senza coriandolo per me, ça va sans dire.


Ricetta per 2 persone:
300 gr di alici (chi se le può permettere), una patata, prezzemolo, pepe, sale, olio, formaggio vaccino grattugiato, pangrattato, una manciata di mandorle a lamelle, uno spicchio d'aglio.
Procedimento:
Pulite le alici togliendo testa e lisca centrale e apritele a libro. Affettate una patata molto sottilmente, e in una teglia componete degli strati partendo con le patate ed alternandole con le alici, condendo ogni strato con prezzemolo, pepe, formaggio, aglio e mandorle e un goccio di olio (l' ultimo strato sarà di patate). Cospargete di pangrattato, irrorate con un pò di olio e infornate nel forno caldo a 200° per 20', facendo gratinare negli ultimi 5'. 




27/09/2011

Filetto all'uva con riduzione di vino rosso e porto

 ...accompagnato da carotine croccanti. 

Più difficile da scrivere che da fare, questo piatto spiccatamente autunnale. 
Per due persone occorrono:
400 gr di filetto, un grappolino d'uva bianca, un pò di rosmarino, una punta di coltello di burro, 1 bicchiere piccolo di vino rosso (io ho usato un buon Herdade dos Grous del 2008, alentejano, piacevolissima scoperta, altrimenti andrebbe bene un Pinot), un bicchierino di porto, sale. 
E procedete così:
fate cuocere l'uva privata dei semini nei vini a pentola coperta  fino a che il liquido non si sarà ristretto (circa 10-15 minuti). Sciogliete il burro in una padella e fatevi rosolare la carne da ambo i lati a fiamma vivace per sigillarla (così resterà succosa). Portate a cottura aggiungendo rametti di rosmarino e infine versateci sopra la salsina di vino e uva, quindi salate. Et voilà. 
Per le carote croccanti fate stufare mezza cipolla bianca in un pò di olio, poi aggiungete le carote tagliate a listarelle spesse e un pò di aceto bianco. Fate andare per 15 minuti salando e aggiungendo 4-5 olive verdi  sminuzzate a metà cottura e un pò di origano alla fine.

Santè!


25/09/2011

Penne con ceci, calamari e patate

L'abbinamento ceci e calamari a mio avviso è uno dei più riusciti nel mondo degli accostamenti "mari e monti": la cremosità dei ceci e la loro consistenza pastosa, infatti, esalta il sapore del calamaro. Provare per credere!
Questo piatto è di facile e abbastanza rapida esecuzione, l'unico accorgimento particolare è di non far cuocere eccessivamente i calamari, altrimenti diventerebbero duri e gommosi. Io l'ho fatta così (per due persone):
Ingredienti
200 gr di penne (sarebbero meglio le trofie o le caserecce)
1 calamaro di circa 150 gr pulito
1 patata media
1 pomodoro
1 spicchio d'aglio
prezzemolo, sale, pepe, vino bianco, olio evo
150 gr di ceci lessati, di cui 1/3 frullati nel mixer con un pò di acqua per ottenere una cremina
Procedimento
Tagliate la patata a cubetti e fatela rosolare -non friggere- in qualche cucchiaio di olio. Poi mettetele da parte.
Nella stessa pentola farete cuocere il calamaro tagliato a listarelle con lo spicchio di aglio vestito e il pomodoro sminuzzato, sfumando con del vino bianco, non più di 5-6 minuti. Aggiungete i ceci interi, pepate e fate cuocere altri 5-6 minuti. Poco prima di spegnere la fiamma aggiungere la cremina di ceci e  le patate precedentemente preparate e un pò di acqua di cottura. Scolate la pasta e passatela in padella col condimento e un pò di sale per addensare il sughetto. Decorate con prezzemolo e servite.



20/09/2011

Ispirazione Nipponica. Riso yoshoku con salmone

Festeggio il trasloco di oceanstwo su Blogger con una ricettina. E ringrazio cavoletto per l'ispirazione!

"Yoshoku" nel vocabolario culinario nipponico vuol dire "che viene da Occidente".
I Giapponesi hanno unito il gusto squisitamente orientale ai piatti della tradizione, dando vita a dei classici della loro ristorazione. Una sorta di "fusion" con gli occhi a mandorla...In pratica, se proprio vogliamo dirla tutta, la maggior parte dei piatti che vengono proposti da noi nei ristoranti giapponesi sotto sotto sono degli "yoshoku".
Mi ci sono cimentata anch'io, una sera in cui mi stuzzivaca l'odore fresco e piccante dello zenzero, di cui credo non potrò più fare a meno.

Ricetta e procedimento per 2 persone
12 cucchiai di riso
2 filetti di salmone da 120-150 gr ciascuno
8-9 cucchiai di salsa di soia (io ho abbondato)
1 cucchiaio di zenzero grattugiato
un pezzetto di porro da 7-8 cm
una carotina
uno spicchio d'aglio
un cucchiaio di zucchero di canna
2 cucchiai aceto di riso
olio evo
30 gr di burro

Preparate una marinata con zucchero di canna, aceto di riso, un pezzettino di porro sminuzzato, 2 cucchiai di salsa di soia e un goccio di olio. Immergetevi i pezzi di salmone e lasciate a marinare mentre vi dedicate al riso.
Fate soffriggere lentamente il burro, l'olio, lo zenzero, l'aglio e un po' di porro sminuzzato, poi aggiungete il riso, la restante salsa di soia e fatelo tostare. Portate a cottura il riso aggiungendo acqua bollente di tanto in tanto, come se fosse un vero risotto. A 4-5 minuti dalla fine tagliate a rondelle fini una carotina e mettetela in pentola insieme al riso. Aggiustate di sale.
Intanto arroventate una piastra che usate per la griglia e cucinate il salmone lasciandolo 3 minuti per parte. Si formerà una crosticina attorno croccante mentre dentro resterà morbido.
Preparate i piatti col riso e adagiatevi il salmone con un altro po' di porro.
Ittadakimasu!




02/08/2011

Ritorno in Sicilia. Pasta con le sarde

Influenze arabe nella ricchissima tradizione culinaria della Sicilia. Profumi e sapori dal retrogusto dolce si uniscono alla croccantezza della mandorla tostata e al sapore deciso di sarde freschissime in un tripudio di gusto. La pasta con le sarde è la regina dei primi siciliani, e, soprattutto nella zona di Palermo, non v'è famiglia che non abbia la sua personale ricetta. 
La mia (della famiglia acquisita) è fatta così.

Ricetta (per 4 persone): 500 gr di bucatini (non essendo reperibili, ho usato degli spaghetti n. 5, di più qui non si può chiedere), 9 sarde di medie dimensioni (circa 500 gr), 400 gr di finocchietto selvatico, una cipolla, alcune acciughe salate, 300 gr di passata di pomodoro (io avevo la polpa), una manciata di pinoli e uvetta fatta rinvenire in acqua (io ne metto poca, alcuni acini), una bustina di zafferano, olio, sale, pepe, 3-4 cucchiai di pangrattato (meglio se casereccio) e una manciata di mandorle a lamelle.

Pulite le sarde eliminando squame, interiora, testa e lisca ed apritele a libro. Sciacquatele ed asciugatele. Lessate il finocchietto in acqua salata, scolatelo e tritatelo col coltello. Non buttate via l'acqua di cottura: servirà tra l'altro per cuocere la pasta. In una padella fate imbiondire la cipolla e scioglieteci a fuoco basso le acciughe; unite quindi passata di pomodoro, uva passa, pinoli, finocchietto, 5 sarde e fate cuocere per circa 20 minuti. Infine aggiungete lo zafferano sciolto in una tazzina di acqua di cottura del finocchietto. Mentre la pasta cuoce, in una padellina tostate prima le mandorle e poi il pangrattato con un pò di olio evo e mettete da parte. Rosolate infine le rimanenti sarde da entrambi i lati. Una volta scolata la pasta condite col sugo al finocchietto e fate riposare qualche minuto. Al momento di impiattare, guarnite la pasta con un cucchiaio di pangrattato e mandorle e con una sarda rosolata.







25/07/2011

Tiella di riso, patate e cozze

Stavolta è la Puglia ad ispirarmi in cucina con questa tiella che arriva ristoratrice dopo una lunga giornata in spiaggia.

Per 2 persone servono:

1 Kg di cozze, 2 patate non molto grandi, 2 pomodori maturi, 1 spicchio di aglio, prezzemolo, 150 gr di riso che non scuoce, formaggio stagionato grattugiato (deve essere un po’ piccante, io uso il cascavaddu siculo), olio, sale e pepe.

Procedimento:

Mettete il riso in una ciotola con acqua fredda che cambierete 2-3 volte ogni 5 minuti circa; ciò serve a fargli perdere amido che lo renderebbe colloso durante la cottura in forno. Lavate e pulite le cozze, poi fatele aprire in una pentola con olio, aglio, un po’ di pomodorini tagliati, prezzemolo e pepe. Ci metteranno pochi minuti. Una volta aperte, tenete solo la valva con il frutto e buttate l’altra metà (io le ho messe quasi tutte senza valva). Se riusciste ad aprire le cozze con un coltellino sarebbe ancora meglio. Tenete da parte il sughetto che hanno prodotto le cozze, possibilmente filtrato.  Prendete una teglia e cominciate a fare degli strati con le patate tagliate a rondelle molto sottili, il formaggio, il prezzemolo, il pomodoro, le cozze, il riso; poi di nuovo le patate con formaggio, prezzemolo e pomodoro. Irrorate con il sughetto delle cozze, un po’ di acqua a coprire le patate e un filo di olio. Per far prima io ho fatto cuocere il tutto coperto con un foglio di alluminio per circa 10 minuti sul fornello e poi ho trasferito nel forno caldo a 180 gradi per far gratinare e comunque fino a cottura ultimata. Durante la cottura controllate che il riso rimanga umido, aggiungendo un po’ di acqua se è il caso.

17/07/2011

Filetto di salmone con salsa al limone, caprino e asparagi con tortino di feta, zucchine e basilico

Oggi avevo voglia di preparare qualcosa di fresco e profumato d'estate. Avevo del salmone, ho aperto il frigo e da quello che ho trovato ho tratto questa ricetta.

I filetti li ho cucinati semplicemente in padella con olio evo e aglio "vestito", erbe aromatiche (timo, maggiorana e un'idea di menta), vino bianco e il succo di un limone e facendo restringere la salsina fino alla cottura del pesce (10-15 minuti circa a fuoco medio-basso, ma dipende dallo spessore del filetto). Poi ho spolverizzato su ognuno un pochino di pepe, sale e vi ho adagiato delle fettine sottili di formaggio caprino a pasta molle e delle punte di asparagi scottate in acqua e limone. Nel frattempo avevo preparato e cotto i tortini. Per farne 6 occorrono: 25 ml di latte, 20 ml di olio evo, un cucchiaio di formaggio vaccino grattugiato, foglioline di basilico sminuzzate, 50 gr di farina, un cucchiaino raso di lievito in polvere, 1 uovo, 70 gr di feta e una zucchina non molto grande. Bisogna sbattere l'uovo con latte e olio, poi aggiungere la zucchina grattugiata e la feta sbriciolata. A parte mescolare la farina, il formaggio e il lievito, quindi unire i due composti e mescolare bene ma velocemente. Riempire infine gli stampini leggermente unti in precedenza e cuocere a 180° per 18 minuti o finché siano dorati (dopo15 minuti, io ho acceso il grill fino a doratura completa). Sformare e guarnire con foglioline di basilico.

09/07/2011

Il profumo della Sicilia nella crostata sbriciolata di ricotta



La scorsa Domenica ho ufficialmente inaugurato i pranzi a tema..sperando di continuare presto con altre puntate! La prima è stata dedicata alla cucina siciliana e ai suoi intensi profumi.

Ciò che resta in queste pagine è il dolce, in quanto, presa dell'impegno nella preparazione, mi sono scordata di fotografare gli altri piatti.




RICETTA

La ricotta di pecora è la regina dei dolci siciliani. Questa semplice crostata ne esalta il sapore e la cremosità. 
Per una tortiera da 23-25 cm occorrono: 400 gr di ricotta di pecora, 180 gr di zucchero, un pizzico di cannella in polvere, 100 gr scarsi di cioccolato fondente a pezzetti. Amalgamate questi ingredienti aggiungendo un cucchiaio di liquore aromatico per dolci (va bene lo Strega, o l'Amaretto di Saronno, o l'immancabile Punch Abruzzo Evangelista).
Poi preparate la pasta lavorando dapprima 100 gr di burro morbido con un uovo, 100 gr di zucchero -meglio se a velo-, il succo di mezzo limone in cui sciogliete un pizzico di sale fino e un cucchiaino di lievito per dolci, e infine alcuni semini di un baccello di vaniglia. Aggiungete poi 200 gr di farina e con le mani formate delle briciole. Rivestite la tortiera con carta da forno bagnata e ben strizzata e diponetevi uno strato di briciole, la crema di ricotta e un altro strato di briciole per ricoprire. Infornate a 180° per 30 minuti. A cottura ultimata, fate raffreddare e spolverizzate di zucchero a velo.





22/06/2011

Arroz de polvo



Riprendo la rubrica dedicata alla cucina con un piatto tipico della tradizione marinara portoghese: riso con polipo.

Avrei dovuto intitolare questo post "Polvo arroz", termine che nella lingua parteno-portoghese significherebbe polvo "arrostito".. che però non esiste, se non nella fantasia di chi l'ha coniato.

Ed è perciò che questo piatto lo dedico a lui, all'ideatore del polvo arroz!

Per 4 persone:

1.5 Kg di polipo
20 cucchiai di riso
1 bel bicchiere di vino bianco
1 grossa cipolla
400 gr di pomodoro (preferibilmente pelato e privato dei semi) tagliato a cubetti
mezzo peperone di quelli grossi tagliato a cubetti
mezzo bicchiere di olio evo
2 spicchi d'aglio
coriandolo fresco (qui è comunissimo; per chi non lo amasse, va bene anche il prezzemolo)
2 foglie di alloro
polvere di peperone piccante (se non l'avete va bene anche un piccolo peperoncino secco o la salsa piri piri)
sale se necessario

Pulite e cuocete il polipo. Deve diventare morbido (quindi per un polipo da 1.5 Kg io calcolo un'ora abbondante di bollitura). Quindi tagliatelo a pezzetti. Solitamente io lo taglio quand'è cotto perché faccio meno fatica, ma si può fare anche prima di metterlo in pentola. Non buttate l'acqua di cottura.
In una casseruola fate un leggero soffritto con olio e tutte le verdure a pezzetti, aggiungete il vino e il riso. Dopo 1 minuto allungate il tutto con l'acqua di cottura del polipo e fate cuocere con l'alloro. Se necessario durante la cottura aggiungete acqua: la preparazione deve risultare abbastanza brodosa. Cinque minuti prima di terminare la cottura del riso aggiungete anche il polipo a pezzetti e regolate di sale, se occorre. A cottura ultimata spolverizzate di coriandolo -o di prezzemolo-, fate riposare 10 minuti e servite.



03/06/2011

Crostata di mele e mandorle

Un viaggio mi cambia sempre un pò la vita. Mi piace scambiare piccoli pezzi di me nel mondo con piccoli pezzi di mondo tutti per me. Al prossimo scambio, dunque.

Con questo post apro la sezione cucinare, che è una delle mie passioni, e che, come tutte le grandi passioni, è un fatto instabile, che trascina su per vortici ispirati per poi a volte lasciarti solo, spiazzato, vuoto. Cucinare per me è lasciarsi andare al ricordo per risentire profumi mai dimenticati ma anche tuffarsi nel futuro per immaginarsi sapori e confini nuovi.
Questo post, il primo sulla cucina, non poteva che essere dedicato ad un dolce. Un dolce abbraccio che coccola, una coccola che in quell' occasione era per un mio caro amico venuto a trovarmi in un fine settimana di qualche tempo fa..e glielo dedico ancora.
E' una torta semplice ma al contempo sofisticata al palato, che uno dopo l'altro scopre la fragranza della frolla, la lieve acidità della mela e della cannella per poi rifugiarsi nella scioglievolezza della massa di mandorla, una nuvola. La ricetta è di Adriano di profumo di lievito: un punto di riferimento certo per i foodblogger, dai neofiti ai più navigati.

Link alla ricetta: crostata mele e mandorle di Adriano. E' perfetta. Io ho solo evitato di spennellare di sciroppo la superficie, operazione che tra l'altro serve solo a fini estetici, e che secondo me si può saltare. Per la pasta frolla ho usato la ricetta super-collaudata ed imprescindibile presente nel sito, che ormai da anni è anche la mia.




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