27/02/2012

Storia di una caponata

La caponata siciliana è un piatto tradizionale che sa di pranzi in famiglia, di giornate estive e di donne chine in cucina a friggere le melanzane il cui odore si spande per le strade assolate.
Per me è però molto di più. Negli ultimi anni di università le cene bolognesi si aprivano  e venivano scandite immancabilmente a colpi di mitici vasetti sottovuoto provenienti proprio dalla Sicilia e prodotti dalle amorevoli e sapienti mani di una zia che aveva ereditato l'arte da una nonna che conosceva tutti i segreti della cucina palermitana.
Aprire un vasetto di caponata voleva dire tuffarsi in un mondo di profumi generosi, era come sciogliersi negli abbracci da cui non vorremmo staccarci mai.
Gli amici ne andavano tutti matti, con le loro grosse cucchiaiate nel barattolo (altro che nutella).
Al punto che qualcuno ci fece anche indigestione...ma, nonostante le sofferenze, al solo pensiero di un unico, piccolo, minuscolo cucchiaino di caponata c'è chi ancora va in visibilio.

Oceanstwo ha la missione di diffondere il culto della caponata sicula, e quindi ne lascia traccia al suo passaggio. Ricordo una trasferta di lavoro in Spagna con vasetto al seguito da lasciare all'amica dell'indigestione, vasetto che raggiunse i segreti uffici universitari madrileni dove sopravvisse poche ore all'assalto di palati spagnoli intenditori.
Ricordo altre trasferte in Baviera col pingue vasetto per deliziare un'amica che era un po' triste e che aveva bisogno di essere tirata su.
Ricordo cene in Toscana con gli amici di Siena ad insinuare l'amore per la magica mistura di verdure, al punto che poi loro stessi provvedettero a produrla in casa.
E altrove, a farla conoscere persino a due simpatici coniugi del Camerun, che volevano imparare a cucinare italiano.
Poi venendo qua lo spaccio di vasetti è stato interrotto.
Stavolta tocca proprio a me in veste di esecutrice diffonderla in terra lusa, così mi ci sono cimentata in vista di una delle ormai famose (!) cene della Domenica, sapendo in cuor mio che non avrei mai uguagliato l'inarrivabile, ineffabile Caponata della zia Rossella.

RICETTA
3 melanzane non enormi (ideali le tunisine)
1 gambo di sedano
2 cipolle
una 10ina di olive verdi
un cucchiaio di capperi piccoli dissalati
200 ml di passata di pomodoro (ideale sarebbe un po' di estratto)
aceto e zucchero (bianchi) secondo la propria sensibilita'
olio evo

Tagliate le melanzane in piccoli cubetti che farete stare ammollo in acqua e sale per un'oretta.
Asciugateli, friggeteli in olio caldo, salateli e mettete da parte.
Sbollentate il sedano tagliato a pezzettini piccoli in acqua e sale. Preparate nel frattempo una pentola con 1 cucchiaio di olio e le cipolle a fettine e fatele appassire con un po' di acqua fino a quando saranno morbide, quindi aggiungete il pomodoro e fate andare per una 20ina di minuti.
In una padella mettete 1 cucchiaio di olio, le olive snocciolate e i capperi e accendete il fuoco. Dopo 5 munuti aggiungete il pomodoro con le cipolle.
Momento topico: la creazione dell'agrodolce. Molto della riuscita del piatto sta in questo passaggio, ma è proprio qua che non ci vogliono le bilance, ma si va a occhio. Indicativamente versate un po' di aceto e 2  cucchiai rasi di zucchero, mescolate ed assaggiate per vedere se vi soddisfa. Altrimenti poco alla volta aggiungete altro aceto e zucchero.
Unite le melanzane mescolando per amalgamare il tutto.
Servite fredda. Possibilmente a cucchiaiate!



Alla fine ha superato la prova.  E se lo dice uno che è cresciuto con quella vera, io mi devo fidare.
Eh sì, forse sarò anche riuscita in parte a catturare qualche nota...ma il dolce cloc del vasetto che si apre... quello è un suono irriproducibile.




22/02/2012

La bolla di Internet

P. Steiner, New Yorker 1993. Nel 2012 le cose sono ben diverse.
  
Era da un po' di tempo che riflettevo sul ruolo di internet nella nostra quotidianità, nello stravolgimento dei concetti di vicino e lontano, di accesso alle informazioni e al mare di input che ogni giorno riceviamo.
Già...quanti input! Ma siamo proprio sicuri che la rete ci apra davvero nuovi orizzonti del pensiero, ci arricchisca e ci renda liberi come crediamo? Non ci vuole molto per rendersi conto che non è affatto così. 
Anzi, le nostre opinioni rischiano di essere sempre più omologate, perché siamo in balia della personalizzazione del web, di un mondo virtuale costruito su misura per il nostro profilo, cosicché la tendenza insita è quella di farci vedere le cose che ci piacciono, ma non quelle di cui abbiamo davvero bisogno per arricchirci, quelle che ci rendono un pochino migliori di com'eravamo ieri.

Mi sono sentita di dedicare un post alla causa dopo aver letto questo sul blog di Andima, dopo che ne avevo anche parlato qualche tempo fa con una mia amica e dopo che la faccenda mi sta frullando in testa da un po'.
Su TED gira questo video di Eli Parisier, un attivista politico nonché fondatore di Avaaz.org (il sito no-profit che permette agli utenti di organizzare e gestire petizioni online) ed autore del libro "The filter bubble", in cui affronta questa tematica, riassumibile con la frase "siamo sempre più prigionieri di una "filter bubble" che ci gratifica e ci compiace, ci offre quello che vogliamo, ci indica cosa desiderare, e in questa bolla siamo completamente soli". 


video


Come scoppiare la bolla. Al link trovate una serie di metodi pratici per combattere questa aberrazione, e non è nulla di difficile: son cose che il più delle volte non facciamo per pura pigrizia, come ad esempio eliminare i cookies, cancellare la cronologia di navigazione o navigare in incognito. Abbiamo gli strumenti per difenderci, bisogna che li usiamo!
Credo sia pericoloso non avere quantomeno coscienza di tutto questo: aldilà delle ovvie questioni di privacy, c'è il rischio che la nostra visione del mondo venga determinata dall'esterno e solo in minor parte dal nostro senso critico. È perciò sempre necessario un forte senso di attenzione a ciò che ci circonda per capire come funzionano certi meccanismi che potrebbero sembrare innocui e passare inosservati. 

Consapevolezza soprattutto, e quindi curiosità. Quella speriamo non manchi mai.
"Del resto, è solo la curiosità che mi fa alzare la mattina", diceva Fellini, che la sapeva lunga.

18/02/2012

La via per Samarcanda. Immagini da un mercato

Ho in mente la mitica Samarcanda, crocevia  di culture prospero di commerci e di storie di uomini venuti da terre lontane diretti chissà dove, mentre cammino verso la Feira da Ladra.
È un po' così questo mercato dalle origini addirittura medievali e che nel corso dei secoli ha cambiato più volte sede: passi di là e sei diretto chissà dove, anzi, anche se non lo sai sei già pronto a perderti.
Eccentrico, stravagante, pazzo, a tratti kitsch, esagerato, stralunato ed azzardato deposito di oggetti perduti, ritrovati, riciclati, rubati dal tempo e nel tempo. 
Bisogna attardarsi tra queste chincaglierie: spesso la merce è posta direttamente a terra, su tappeti, sedie, sul marciapiede, appesa, accatastata in cassettine, accanto alla porta di un furgone, ovunque, uomini sommersi di passato e di trapassato, in un fiume di colori e di materiali che cattura e risucchia in un vortice di curiosità e di fantasia.
Un vero simulacro, una rappresentazione all'aria aperta della macchina tritatutto che è il tempo che travolge le cose, che le deforma e le reinventa. Ogni oggetto ha la sua storia, e centinaia di migliaia di storie si intrecciano in quest'ammonticchiarsi di materia multiforme che rimane lì in attesa di occhi innamorati a cui poter parlare.



Ci si trova di tutto ed oltre: oggetti dematerializzati, con il più delle volte prezzi totalmente simbolici, stanno lì in attesa di trovare l'ennesimo posto nel mondo. Cose di epoche remote son pronte per il loro viaggio nel futuro.
Oltre ad abiti, scarpe ed accessori, sfilano giocattoli ed utensili anteguerra, vecchi lampadari, sedie, cassetti divelti, orologi senza lancette, bambole senza occhi, fotografie ingiallite di donne ed uomini della Belle Époque, cartoline da tutto il mondo con francobolli ed indirizzi e i saluti dalle vacanze, spartiture di pianoforte, un'intera collezione di libri di fantascienza del tipo "Il cataclisma cosmico" o storie di naufraghi e isole segrete, grammofoni che suonano vecchie canzoni anni '40, vasellame, racchette da tennis, fioretti, tazzine, piatti, tenaglie, elmetti e caschi dalle trincee di guerra, valigie che hanno affrontato troppi viaggi, vinili, mangianastri, vecchi computer e loro componenti elettroniche, macchine fotografiche di tutte le ere, strumenti musicali o ciò che ne resta, tricche tracche, mi sono persa.

È la fiera dell'eccesso, ed è molto divertente anche osservare i personaggi che vi si aggirano!







Tra l'assortita ferraglia...caldaie a gas.
Prototipo di bidet da camera?


Il mio bottino è stato magro, ma c'è da dire che difficilmente riesco a comprare molto in posti del genere: uno perché spreco tutte le energie nel guardare, e due perché sostanzialmente comprerei tutto.

Comunque ho portato a casa sei tazzine da caffè di vetro verde anni '70 (per soli due euro)....

...e una colazione con questa vista sul Tejo che fa proprio iniziare il weekend di buon umore.





Aggiornamento: visto che qualcuno ha espresso la volontà di vedere il bottino di guerra...eccolo qua, dopo il trattamento igienico plurimo!




10/02/2012

Il sapore di Graça

Un pomeriggio a zonzo per il quartiere di Graça, che sorge su una collina sovrastante quella di Alfama, da dove si godono due splendidi panorami sulla Baixa e sul Tejo.
Era da un po' che non ci passavo, specialmente a piedi, e certo vedere Villa Sousa -l'edificio ricoperto di mattonelle celesti che domina il Largo- è come attraversare diversi livelli temporali: un po' mi ricorda una Lisbona lontana e semisconosciuta di alcuni anni fa, quando c'ero venuta in viaggio, e l'osservavo da fuori. Poi però accade che in quelle case meravigliose con patio e scale di legno si abbia modo di entrarci varie volte, e di conoscerne certe stanze colorate di vita e dalle finestre enormi con i posti per sedersi incorporati.

Di quanti strati di emozioni mi sono spogliata.
Quanto si potrebbe scrivere su questo angolo di città. 

Le ore passano in fretta quando sei con gli amici a parlare davanti ad una bibita. Anche se non era quella che volevi, e di questo ringrazierai sempre la signorina sbadatella nelle vesti di simpatica e stralunata cameriera di un bar che sembra il salotto di casa tanto è accogliente.
Poi è tempo di andare, ma sulla via del ritorno, nella sera buia in cui non passa quasi più nessuno nella strada, da una porta che si apre su altre scale di legno giungono dolci note... ed il richiamo è troppo invitante per resistergli. 
Saliamo le scale e ci troviamo in un'altra casa. Di legno. A Graça. 
Dove si suona jazz in una stanza, così, come si fosse in salotto, e poi c'è anche lo spazio per bere qualcosa e rilassarsi.
Si chiama Laboratório, e, se fino a qualche tempo fa era di analisi cliniche, da tre mesi è diventato uno spazio per fare musica e cinema.




Mobilio di recupero tra cui spicca un vecchio juke box che attira la mia attenzione. 
Sono sicura che funziona ancora.




Finalmente il mio bicchierino di ginjinha. Me lo sono davvero sudato oggi!




E poi... ancora finestre coi posti per sedersi incorporati.

Perché quassù sedersi alla finestra dev' essere un'abitudine comune per chi la vita la vuol vedere scorrere da dietro ai vetri, spiandola, temendone l'irruenza tanto da non trovare la forza di affacciarsi a quella finestra, ma scegliendo di sostare ore seduto ad aspettare, ad osservare.
E lo sguardo può allungarsi un po' più in là fino a trovare la pace nel fiume dei tramonti rosa e oro.

Oppure come me si poteva restare seduti, avvolti in una calda coperta di note, l'occhio teso a cogliere lo sferragliare antico di un tram che scivolava via veloce tra i balconi in ferro battuto della notte lisbonese.







04/02/2012

Mille e una, anzi 2012 Lisboa 1

Recentemente Lisbona è stata insignita del premio città vivibile 2012 dall' Academy of Urbanism (qui il documento ufficiale).
Tra le motivazioni: la capacità di inventare nuovi spazi urbani mantenendo la sua identità di città dove l'ultramoderno si fonde con l'antico, gli ingenti investimenti nel settore della riqualifica urbana, l'attenzione per le energie rinnovabili. 
Innumerevoli sono i cantieri in città e altrettanti sono i progetti che mirano a recuperare aree abbandonate ed in disuso -per lo più ex centri industriali- per ridar loro nuovi volti. 
A pensarci bene forse è l'aspetto della città che mi affascina di più questo suo sapersi reinventare, la coesistenza di vetusto e d'avanguardia che si riflette nei contrasti di quartieri, persone, edifici e locali diversissimi tra di loro; eppure ad un primo sguardo la città appare immobile, come persa nel tempo: cosa di non poco fascino, ma che denota una visione parziale che non rispecchia l'anima multiforme di questa città. 
Quando redissi il manuale di sopravvivenza urbana mi ripromisi che avrei parlato anche delle cose per cui vale la pena stare in questa estrema Europa che sa un po' di Africa e un po' di America.
In realtà anche se indirettamente ne parlo sempre, ma ho pensato di approfondire, iniziando quindi dall'esempio più lampante ed imponente di recupero urbano che è l'intero quartiere dell' Expo, detto anche Parque das Nações, che si estende per 5 Km lungo il fiume Tejo, ad oriente.
La faccia avveniristica di Lisbona. Che un po' reinterpreta il viscerale rapporto che questa città ha col mare e col viaggio.




Il Parque das Nações fu realizzato in occasione dell' EXPO 1998 che coincideva tra l'altro con i 500 anni dei viaggi di Vasco da Gama nelle Indie. Prima di allora la zona era un'area industriale ad alto inquinamento e degradata, comprendente raffinerie petrolifere, stazioni di trattamento dei residui solidi e installazioni portuarie.  
Il progetto del Parco è di proporzioni enormi, sia dal punto di vista di pianificazione che di attuazione (tra l'altro le opere sono ancora in completamento, anche se i cantieri in piedi sono ormai ben pochi, ed i lavori cesseranno entro il 2015). 
Per edificare le nuove costruzioni si riciclò completamente il materiale derivante dalla demolizione delle vecchie mediante un sistema di riciclaggio installato all'interno dell'area stessa. 





Il quartiere rappresenta un modello di città del futuro sostenibile e a misura d'uomo: sono state privilegiate le aree pedonali mediante la costruzioni di ampi parcheggi per incentivare l'uso dei mezzi pubblici; esiste un sistema di raccolta di rifiuti solidi attraverso delle "bocche" differenziate (e quindi non passano mezzi pesanti per la raccolta); tutte le infrastrutture di telecomunicazione, di distribuzione dell'energia e dell'acque e di gestione dei rifiuti sono raccolte in un punto comune, per cui gli interventi di manutenzione interessano un'area ridotta e concentrata del quartiere e quindi  non recano intralci alla viabilità. Peraltro qua il traffico è scorrevolissimo ed ordinato!

Esiste poi uno spazio ricreativo multidisciplinare con teatri, auditori, musei della scienza e varie aree espositive (alcune opere sono state realizzate da importanti architetti, come Alvaro Siza). 
Essendo il fiume e l'Oceano gli elementi protagonisti dell'area, l'acqua assume un ruolo preponderante nel quartiere: numerose sono le fontane, i ruscelli artificiali e i giochi di acqua presenti, oltre all'Oceanario dove però ancora non sono stata -e che  a quanto pare merita una visita.

Qui il Tejo inizia il suo imponente estuario sul quale è stato costruito il ponte Vasco da Gama che si estende per quasi 18 km: la vista si perde sull' acqua cercando l'altra sponda. 




Gli edifici ed i moderni grattacieli hanno attirato la mia attenzione per le forme bizzarre o per le geometrie perfette:  tutte danno un senso di insieme e di continuità dove nulla sembra stridere, nulla è fuori posto.




La stazione di Oriente è un importante snodo per i trasporti: vi passano treni, metro e innumerevoli linee di autobus. Progettata da Santiago Calatrava, in acciaio, vetro e cemento, è una delle più moderne d'Europa.
Ho sentito pareri contrastanti sulla validità estetica dell'opera: checché se ne dica, a me piace molto, specialmente di notte, quando, illuminata ad arte dall'interno, sembra una vela avvolta in manto di luce pronta a salpare trascinando con sé la città verso lidi remoti.




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